20 dicembre, 2008

pulsatilla e stramonium visti da......

L'OMEOPATIA RACCONTATA
Un Natale luccicante di malinconia
di Luisella Zanino

Cadeva la neve nel buio. Lenta, lenta, lieve, lieve.
Un'ovatta purificante, rumori soffocati: bianca magia della natura.
Che freddo, brrrr... Le scarpe non proteggevano i piedini ma lei stava lì, abbarbicata sull'albero, sulla scala, con le luci che si aggrovigliavano e i suoi geloni che pungevano: che nervi!
Eppure lo doveva decorare. E riempire di luci, quell'albero!
Ma i suoi gesti erano come al solito impacciati, imbarazzati, diseguali, infantili, inefficaci, peggiorati dai guanti. E poi aveva freddo ovunque, ma stare fuori al freddo le piaceva. Non voleva rientrare.
Ci fosse stato qualcuno con lei, almeno.
Invece no. Tutti dentro al caldo, l'avevano lasciata sola. Non le piaceva stare sola.
E quei fili di luci: li districava con mani nervose, felice di far luccicare il natale, avesse almeno potuto farlo, ma quei fili di luci non volevano collaborare. Accidenti. Finalmente un filo luccicante docile fra le mani: sulla rosa rampicante, eccolo. Poi uno sul prugno: bellissimo. Ora uno sulla tettoia. Era felice adesso.
Una casa piena di allegria e di luce, pronta per le feste.
Ma perché d'improvviso di nuovo questa melanconia? Babbo Natale, anche lui, l'aveva lasciata sola. Anche Babbo Natale. Che lutto era stato scoprire che non esisteva. Lo raccontava ai bambini felice di vedere i loro occhi sgranati e luccicanti e tornava bambina, si immergeva con loro nella storia e lo vedeva lì, rosso e rubicondo accanto a lei, carico di doni per lei.
Non esisteva. Un sogno. Una terribile delusione. Le veniva da piangere, lì su quella scala, nel freddo con la neve che cadeva tutto intorno.
Ecco ora li odiava tutti: sua madre che l'aveva ingannata, il mondo che l'aveva ingannata, suo marito e i suoi figli che non l'aiutavano a "fare Natale". Incapaci di comprenderla, di accoglierla, di consolarla. Aveva dunque decorato
la casa di luci e di allegria natalizia per diventare così melanconica? Che nervi di nuovo! Ora le sarebbe venuto mal di stomaco, già lo sapeva. Fortuna che aveva comprato il pandoro.
Buon Natale, Pulsatilla!


L'OMEOPATIA RACCONTATA
Fiocchi di neve su Souven
di Italo Grassi

La neve cade fitta, copre le strade e nasconde i pericoli. Avanzo con difficoltà sull'asfalto viscido. Ho la febbre alta. Mi sembra d'avere acqua bollente sulla testa e il volto infilato in una calza di nylon.
Sopra un cartello, ai margini della piazza deserta, c'è scritto il nome di questo assurdo paese: Souven. La chiesa panciuta, a forma di matrioska, mi osserva austera. Poco più in là, la torre piegata è un profilo nero, inquietante e minacciosa come la morte.
Souven è un buco di posto che non compare nelle carte geografiche. Souven è un minuscolo punto nero circondato da una marea bianca. Souven è la carie di un sorriso dannato. E' il nulla!
Percorro vicoli bui, m'insinuo come un verme tra le fessure della città, busso alle porte di case abbandonate, mentre le finestre chiuse sembrano osservarmi con gli occhi di un cieco. Un grosso cane nero mi rincorre. La belva apre le fauci mostrando denti immondi e sbava come se già stesse rosicchiando le mie povere ossa. Fuggo verso la piazza.
La febbre trasforma la mia bocca in un deserto. Bevo lunghe sorsate d'acqua da una fontana. Il liquido, fresco e dissetante, diventa una massa appiccicosa che mi blocca il respiro.
Qualcuno avanza verso di me. Non vedo bene, tutto sembra offuscarsi, come se guardassi il mondo attraverso un paio di lenti sporche. L'individuo mi fissa, i suoi occhi sono immobili buchi neri, mentre prende la mira e porta il coltello verso l'alto. Vedo la lama brillare di una luce sinistra. Lo supplico di fermarsi. Lui non m'ascolta. Allora lo mordo, sputo pezzi di carne, poi mordo ancora. L'individuo, identico a me, urla a squarciagola come una vecchietta scippata della pensione. Corro verso una stradina in discesa, scivolo sul ghiaccio, sfreccio come se fossi sdraiato sopra un bob. La mia fuga finisce contro un'enorme parete di vetro che circonda tutta la città.
Souven è un piccolo escremento incistato sotto una cupola di cristallo. Guardo verso l'alto. Per poco non mi prende un colpo. Due occhi enormi mi stanno fissando. Il mio stomaco si contrae come se avessi ingerito una bottiglia di acido cloridrico. Una mano gigantesca afferra la cupola. La capovolge. Io sono sbattuto indietro e risucchiato verso l'alto. Finisco contro la sommità della cupola con la velocità di un proiettile.
La botta mi lava la mente. Vedo che non sono più solo. Loro, i miei fratelli, mi circondano, mi abbracciano. Da lassù si legge, per intero, il nome del paese scritto sul cartello: Souven... ir di Pisa!
Io vi domando: cosa devo fare se, durante la febbre alta, soffro di queste paurose allucinazioni, piene di buio e di violenza, dove supplico, scappo da cani feroci, mi vedo sdoppiato, mi eccito alla vista di oggetti brillanti e ho spasmi se bevo acqua? Qualcuno mi ha dato da prendere dei granuli di Stramonium. Spero mi facciano bene.
Intanto la cupola ruota e torna diritta: io, soffice e leggero, scendo assieme a tutti gli altri fiocchi di neve...

2 commenti:

Anonimo ha detto...

"Ma certo che Babbo Natale esiste. Solo che non c'è nessuno che possa fare da solo tutto quello che deve fare lui. E allora il Signore ha distribuito i suoi compiti tra tutti noi. Per questo noi siamo tutti Babbo Natale. Io. Tu. Persino tuo cugino Billy Bob. E adesso dormi. Conta le stelle. Pensa a cose più serene. Alla neve, per esempio."

(Truman Capote, Un Natale)

citroglicerina ha detto...

non ho capito se il libro di pulsatilla ti è piciuto o no?
io ho visto una sua intervista su showfarm.com, molto carina!