Mi piace sviluppare la mia COSCIENZA per capire perchè sono vivo,
cos'è il mio corpo e cosa devo fare per cooperare con i disegni dell'universo.
Non mi piace la gente che accumula informazioni inutili e si crea false forme di condotta, plagiata da personalità importanti.
Mi piace rispettare gli altri, non per via delle deviazioni narcisistiche della loro personalità, ma per come si sono evolute interiormente.
Non mi piace la gente la cui mente non sa riposare in silenzio,
il cui cuore critica gli altri senza sosta,
la cui sessualità vive insoddisfatta,
il cui corpo s'intossica senza saper apprezzare di essere vivo.
Ogni secondo di vita è un regalo sublime.
Mi piace invecchiare perchè il tempo dissolve il superfluo e conserva l'essenziale.
Non mi piace la gente che per retaggi infantili trasforma le bugie in superstizioni.
Non mi piace che ci sia un papa che predica senza condividere la sua anima con una "papessa".
Non mi piace che la religione sia nelle mani di uomini che disprezzano le donne.
Mi piace collaborare e non competere.
Mi piace scoprire in ogni essere quella gioia eterna che potremmo chiamare dio interiore.
Non mi piace l'arte che serve solo a celebrare il suo esecutore.
Mi piace l'arte che serve per guarire.
Non mi piacciono le persone troppo stupide.
Mi piace tutto ciò che provoca il riso.
Mi piace affrontare, volontariamente, la mia sofferenza, con l'obiettivo di espandere la mia coscienza."
...Meglio essere folle per proprio conto...che saggio con le opinioni altrui!!! nietzsche
26 dicembre, 2010
18 dicembre, 2010
.....la crociera..!.....
di Italo Grassi
Dottore carissimo,
non è trascorso tanto tempo, solo poco più di un anno, da quando io sono venuto nel suo studio. Eppure sembrano passati molti decenni. Finalmente sono guarito da tutti quei problemi che, per tanti anni, mi hanno impedito di viaggiare. Adesso sono un uomo completamente diverso. Più padrone dei miei nervi e delle mie paure. Tutto questo è merito suo, caro dottore. Lo penso mentre osservo, attraverso l'oblò, l'immensità azzurra dell'oceano estendersi, oltre il porto di Queestown, fino all'orizzonte.
Io, lei lo ricorderà sicuramente, sono quel paziente inglese che tanto desiderava viaggiare per mare. Ma il semplice fatto di salire sopra una barca, piccola o grande, era sufficiente per scatenarmi violente vertigini e nausea. Questo accadeva anche se l'imbarcazione era ormeggiata in porto. Si figuri se decidevo di viaggiare sull'acqua!
Come quella disgraziata volta, da bambino, in gita con i miei genitori sul Mar Baltico a bordo di un piroscafo: restai chiuso due giorni in una torrida cabina, pallido come un lenzuolo, lontano dal cibo per non vomitare anche l'anima. Non andò meglio in barca a vela sul Tamigi: dovetti tornare a riva, dopo pochi minuti di navigazione, tormentato da formicolii e paralisi delle estremità. La definizione, datami dai medici consultati prima di lei, che io soffrissi di presagi funesti o avvertissi paura nei luoghi instabili, non mi soddisfaceva granché. Io pativo soltanto il mal di mare. Mi ero, tuttavia, quasi rassegnato a vivere sulla terraferma, quando seppi che lei aveva curato e guarito un mio amico, sofferente dei miei stessi problemi, con delle cure omeopatiche.
Venni, tra dubbi e speranze, nel suo studio. Non volevo illudermi. Pregavo, dentro di me, di avere trovato qualcuno che curasse questi miei mali. Ricorda il nostro primo incontro? L'inizio non fu dei migliori. Alla vista del quadro, appeso alla parete dietro la sua scrivania e raffigurante una nave in balia di una tempesta, vomitai sul suo bel tappeto persiano. Le mie mani, subito dopo, iniziarono a tremare e, prima di svenire, una grande debolezza piombò sui miei poveri muscoli. Lei si mostrò molto comprensivo. Tirò giù il quadro dalla parete e attese, con pazienza, che io mi riprendessi. Mi visitò. Infine mi garantì che, se avessi preso il rimedio omeopatico Cocculus indicus, sarei potuto salire su qualsiasi nave senza avvertire il minimo problema.
Ebbene, caro dottore, lei aveva perfettamente ragione.
Oggi le scrivo mentre, seduto in questa cabina di prima classe, attendo la partenza della nave. Sto benissimo. Sento lontane le paure di un tempo. Respiro la certezza di essere davanti ad una grande avventura. Ecco arrivare il suono, lungo e ripetuto, della sirena della nave. E' l'annuncio della partenza. Ci dirigiamo verso il nord dell'Oceano Atlantico. La mia prima crociera sta per cominciare. Altro che presagi funesti. Cosa si può temere, caro dottore, quando si viaggia su una nave così grande e così sicura?
Cordiali saluti, da un paziente a lei grato per l'eternità, a bordo del Titanic, oggi 11 aprile 1912
Dottore carissimo,
non è trascorso tanto tempo, solo poco più di un anno, da quando io sono venuto nel suo studio. Eppure sembrano passati molti decenni. Finalmente sono guarito da tutti quei problemi che, per tanti anni, mi hanno impedito di viaggiare. Adesso sono un uomo completamente diverso. Più padrone dei miei nervi e delle mie paure. Tutto questo è merito suo, caro dottore. Lo penso mentre osservo, attraverso l'oblò, l'immensità azzurra dell'oceano estendersi, oltre il porto di Queestown, fino all'orizzonte.
Io, lei lo ricorderà sicuramente, sono quel paziente inglese che tanto desiderava viaggiare per mare. Ma il semplice fatto di salire sopra una barca, piccola o grande, era sufficiente per scatenarmi violente vertigini e nausea. Questo accadeva anche se l'imbarcazione era ormeggiata in porto. Si figuri se decidevo di viaggiare sull'acqua!
Come quella disgraziata volta, da bambino, in gita con i miei genitori sul Mar Baltico a bordo di un piroscafo: restai chiuso due giorni in una torrida cabina, pallido come un lenzuolo, lontano dal cibo per non vomitare anche l'anima. Non andò meglio in barca a vela sul Tamigi: dovetti tornare a riva, dopo pochi minuti di navigazione, tormentato da formicolii e paralisi delle estremità. La definizione, datami dai medici consultati prima di lei, che io soffrissi di presagi funesti o avvertissi paura nei luoghi instabili, non mi soddisfaceva granché. Io pativo soltanto il mal di mare. Mi ero, tuttavia, quasi rassegnato a vivere sulla terraferma, quando seppi che lei aveva curato e guarito un mio amico, sofferente dei miei stessi problemi, con delle cure omeopatiche.
Venni, tra dubbi e speranze, nel suo studio. Non volevo illudermi. Pregavo, dentro di me, di avere trovato qualcuno che curasse questi miei mali. Ricorda il nostro primo incontro? L'inizio non fu dei migliori. Alla vista del quadro, appeso alla parete dietro la sua scrivania e raffigurante una nave in balia di una tempesta, vomitai sul suo bel tappeto persiano. Le mie mani, subito dopo, iniziarono a tremare e, prima di svenire, una grande debolezza piombò sui miei poveri muscoli. Lei si mostrò molto comprensivo. Tirò giù il quadro dalla parete e attese, con pazienza, che io mi riprendessi. Mi visitò. Infine mi garantì che, se avessi preso il rimedio omeopatico Cocculus indicus, sarei potuto salire su qualsiasi nave senza avvertire il minimo problema.
Ebbene, caro dottore, lei aveva perfettamente ragione.
Oggi le scrivo mentre, seduto in questa cabina di prima classe, attendo la partenza della nave. Sto benissimo. Sento lontane le paure di un tempo. Respiro la certezza di essere davanti ad una grande avventura. Ecco arrivare il suono, lungo e ripetuto, della sirena della nave. E' l'annuncio della partenza. Ci dirigiamo verso il nord dell'Oceano Atlantico. La mia prima crociera sta per cominciare. Altro che presagi funesti. Cosa si può temere, caro dottore, quando si viaggia su una nave così grande e così sicura?
Cordiali saluti, da un paziente a lei grato per l'eternità, a bordo del Titanic, oggi 11 aprile 1912
26 novembre, 2010
grazie al dott. grassi e io continuo....
L'OMEOPATIA RACCONTATA
Gli incontri impossibili: Hahnemann e Edgar Lee Master
di Italo Grassi
Era una notte lugubre e tempestosa. Hahnemann e Melanie, per sottrarsi alla pioggia che cadeva incessantemente, fermarono la carrozza sotto un albero ai piedi della collina di Montmartre. Improvvisamente, davanti a loro, comparvero degli zombie. I morti viventi, agghiaccianti nell'aspetto, ringhiavano e camminavano lungo la strada in modo meccanico, come tanti robot. In poco tempo circondarono i coniugi Hahnemann. Il medico tedesco, brandendo il bastone, cercò di allontanarli.
Urlò: - Andatevene, maledette creature del demonio!
I non morti si fermarono. Solo uno, quello che sembrava il capo, continuò ad avanzare. Era Edgar Lee Master. Lo zombie-scrittore, viso pallido e palpebre bianche, come se fossero state bruciate dall'acido, afferrò la mano di Melaniè e la morsicò.
- Aiutami, Samuel! - gridò la poveretta. Ma prima che Hahnemann potesse intervenire, uno zombie nano morsicò il medico tedesco ad un polpaccio.
- Cosa volete da noi? - Implorò Hahnemann.
Edgar Lee Master, con voce soffocata: - Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley, / il debole di volontà, il forte di braccia, il buffone, / l'ubriacone, l'attaccabrighe?
- Tutti, tutti, dormono sulla collina. - risposero, in coro e con la stessa voce strozzata, gli zombie, indicando, con mani deformi, le tombe aperte dalle quali continuavano ad uscire decine di zombie. Melanie, in preda al panico, urlò al marito: - Fai qualcosa!
Hahnemann: - Qualcuno venga ad aiutarci, per favore!
Ma nessuno giunse in loro soccorso. I due continuarono ad essere morsicati e, in breve tempo, iniziarono a trasformarsi.
Edgar Lee Master: - Uno morì di febbre, uno bruciato in miniera, / uno ucciso in una rissa, / uno morì in prigione, / uno cadde da un ponte mentre faticava per moglie / e figli.
Hahnemann e Melanie, anche loro divenute creature raccapriccianti e affamate di carne umana, dissero in coro con gli altri morti viventi: - Tutti, tutti, dormono, dormono, dormono sulla collina.
Melanie bisbigliò al marito: - Fai qualcosa, ti scongiuro.
Hahnemann: - Esseri ringhianti, furia violenta con desiderio di mordere, ritualismi e voci strozzate, senso di claustrofobia che li costringe ad uscire dalle tombe, marcata contrattura muscolare che rende i movimenti innaturali. Dobbiamo prendere: Hydrophobinum!
Edgar Lee Master: - Dove sono Ella, Mag, Lizzie e Edith, / il cuore tenero, l'anima semplice, la chiassosa, la superba, l'allegrona?
Melanie, Hahnemann e tutti gli zombie: - Tutte, tutte, dormono sulla collina.
Melanie: - Ma se il rimedio non funziona?
Hahnemann: - Ci faremo assumere come comparse nel video di Michael Jackson: Thriller.
Melanie: - Cos'è?
Hahnemann: - Non lo so, ma qualcuno mi ha suggerito di dirlo!
Edgar Lee Master: - Dove sono zio Isaac e zia Emily, / e il vecchio Towny Kincaid e Sevigne Houghton, / e il maggiore Walker che aveva parlato/ con i venerandi uomini della rivoluzione?
Coniugi Hahnemann e zombie in coro: - Tutti, tutti, dormono, dormono, dormono sulla collina...
Eventi
Gli incontri impossibili: Hahnemann e Edgar Lee Master
di Italo Grassi
Era una notte lugubre e tempestosa. Hahnemann e Melanie, per sottrarsi alla pioggia che cadeva incessantemente, fermarono la carrozza sotto un albero ai piedi della collina di Montmartre. Improvvisamente, davanti a loro, comparvero degli zombie. I morti viventi, agghiaccianti nell'aspetto, ringhiavano e camminavano lungo la strada in modo meccanico, come tanti robot. In poco tempo circondarono i coniugi Hahnemann. Il medico tedesco, brandendo il bastone, cercò di allontanarli.
Urlò: - Andatevene, maledette creature del demonio!
I non morti si fermarono. Solo uno, quello che sembrava il capo, continuò ad avanzare. Era Edgar Lee Master. Lo zombie-scrittore, viso pallido e palpebre bianche, come se fossero state bruciate dall'acido, afferrò la mano di Melaniè e la morsicò.
- Aiutami, Samuel! - gridò la poveretta. Ma prima che Hahnemann potesse intervenire, uno zombie nano morsicò il medico tedesco ad un polpaccio.
- Cosa volete da noi? - Implorò Hahnemann.
Edgar Lee Master, con voce soffocata: - Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley, / il debole di volontà, il forte di braccia, il buffone, / l'ubriacone, l'attaccabrighe?
- Tutti, tutti, dormono sulla collina. - risposero, in coro e con la stessa voce strozzata, gli zombie, indicando, con mani deformi, le tombe aperte dalle quali continuavano ad uscire decine di zombie. Melanie, in preda al panico, urlò al marito: - Fai qualcosa!
Hahnemann: - Qualcuno venga ad aiutarci, per favore!
Ma nessuno giunse in loro soccorso. I due continuarono ad essere morsicati e, in breve tempo, iniziarono a trasformarsi.
Edgar Lee Master: - Uno morì di febbre, uno bruciato in miniera, / uno ucciso in una rissa, / uno morì in prigione, / uno cadde da un ponte mentre faticava per moglie / e figli.
Hahnemann e Melanie, anche loro divenute creature raccapriccianti e affamate di carne umana, dissero in coro con gli altri morti viventi: - Tutti, tutti, dormono, dormono, dormono sulla collina.
Melanie bisbigliò al marito: - Fai qualcosa, ti scongiuro.
Hahnemann: - Esseri ringhianti, furia violenta con desiderio di mordere, ritualismi e voci strozzate, senso di claustrofobia che li costringe ad uscire dalle tombe, marcata contrattura muscolare che rende i movimenti innaturali. Dobbiamo prendere: Hydrophobinum!
Edgar Lee Master: - Dove sono Ella, Mag, Lizzie e Edith, / il cuore tenero, l'anima semplice, la chiassosa, la superba, l'allegrona?
Melanie, Hahnemann e tutti gli zombie: - Tutte, tutte, dormono sulla collina.
Melanie: - Ma se il rimedio non funziona?
Hahnemann: - Ci faremo assumere come comparse nel video di Michael Jackson: Thriller.
Melanie: - Cos'è?
Hahnemann: - Non lo so, ma qualcuno mi ha suggerito di dirlo!
Edgar Lee Master: - Dove sono zio Isaac e zia Emily, / e il vecchio Towny Kincaid e Sevigne Houghton, / e il maggiore Walker che aveva parlato/ con i venerandi uomini della rivoluzione?
Coniugi Hahnemann e zombie in coro: - Tutti, tutti, dormono, dormono, dormono sulla collina...
Eventi
21 ottobre, 2010
incontri impossibili: Hahnemann e Wolfgang Amadeus Mozart
di Italo Grassi
Mozart arrivò nell'ambulatorio di Hahnemann accompagnato dal padre. Il giovane musicista soffriva di movimenti involontari del corpo e, contemporaneamente, numerosi tic gli alteravano i lineamenti del volto. Mozart aveva anche strane manie, di tipo verbale, che lo portavano a ripetere la stessa frase fino all'esasperazione.
Hahnemann: - Ebbene, giovanotto: perché vi comportate così?
Mozart, tra spasmi della bocca e ammiccamenti delle palpebre, rispose: - Sono un giovane che può sbagliare, come tutti, ma a mia consolazione posso dire che magari lo facessero tutti così poco come me.
Hahnemann fece un cenno di approvazione e domandò: - Avete momenti di sconforto?
Mozart, digrignando i denti: - Ogni tanto ho qualche crisi di malinconia, ma le supero con la massima facilità grazie alle lettere, quelle che scrivo e quelle che ricevo: mi ridanno coraggio.
In quel momento Melanie, con la testa adornata da un gran cappello pieno di piume, entrò nello studio. Disse, civettuola, accarezzando Mozart sul volto: - Suonereste qualcosa per me?
Mozart: - Oui, par ma la foi, ti cacherò sul naso così che ti coli sul mento.
Il ragazzo scoppiò a ridere e ripeté la frase tante e tante volte, finché il padre gli posò la mano sulla spalla. Melanie, gli occhi pieni di lacrime: - Questo ragazzo è un villano. Samuel, caccialo dal nostro ambulatorio!
Mozart: - Chi non mi vuole, mi lecchi il c...
Non terminò la parola perché il padre gli mise una mano sulla bocca. Hahnemann, nonostante tutto, provò uno strano e profondo sentimento di comunanza con il ragazzo: sensazioni che, di solito, un genio avverte solo quando si trova al cospetto di un altro genio. Il padre di Mozart disse: - La cosa peggiore, tuttavia, è la propensione di mio figlio a declamare filastrocche sconce e volgari: le recita sia a nobildonne, sia ad arcivescovi, sia a principi. Dovete curarlo per impedirgli di essere, ogni volta, cacciato via da corte.
Melanie, rivolta al marito: - Ah no, io non ho voglia di ascoltare altre oscenità. Se costui le dirà, io lascerò immediatamente questa casa e, questa notte, tu dormirai da solo. - Hahnemann restò pensieroso per alcuni istanti. Non voleva rifiutare le cure ad un ragazzo bisognoso, tuttavia non poteva passare la notte senza la sua amata Melanie.
Si avvicinò a Mozart e gli propose: - Ci declamerete una vostra filastrocca, però, al posto delle parola oscena, inserite il suono di uno strumento musicale.
Mozart annuì e, rivolto a Melanie, iniziò a declamare: - Buona notte, cara la mia ragazza, c... pepereperepé! nel letto finché non si scassa, stia chiotta chiotta, si stiri il c... pling plong pling! fino alla bocca; io vo al paese di cuccagna, per fare anche io un poco di nanna.
Melanie deglutì saliva e ribrezzo, Hahnemann prese un'ampolla di vetro e la consegnò al padre di Mozart: - Dategli venti gocce al giorno di Hyosciamus niger. Adesso ordinate a vostro figlio di togliere il topo morto dal cappello di mia moglie.
Mozart: - Quando si tratta di beffarmi di qualcuno, non posso resistere. - Seguì la risata asinina di Mozart e l'urlo di orrore di Melanie.
Mozart arrivò nell'ambulatorio di Hahnemann accompagnato dal padre. Il giovane musicista soffriva di movimenti involontari del corpo e, contemporaneamente, numerosi tic gli alteravano i lineamenti del volto. Mozart aveva anche strane manie, di tipo verbale, che lo portavano a ripetere la stessa frase fino all'esasperazione.
Hahnemann: - Ebbene, giovanotto: perché vi comportate così?
Mozart, tra spasmi della bocca e ammiccamenti delle palpebre, rispose: - Sono un giovane che può sbagliare, come tutti, ma a mia consolazione posso dire che magari lo facessero tutti così poco come me.
Hahnemann fece un cenno di approvazione e domandò: - Avete momenti di sconforto?
Mozart, digrignando i denti: - Ogni tanto ho qualche crisi di malinconia, ma le supero con la massima facilità grazie alle lettere, quelle che scrivo e quelle che ricevo: mi ridanno coraggio.
In quel momento Melanie, con la testa adornata da un gran cappello pieno di piume, entrò nello studio. Disse, civettuola, accarezzando Mozart sul volto: - Suonereste qualcosa per me?
Mozart: - Oui, par ma la foi, ti cacherò sul naso così che ti coli sul mento.
Il ragazzo scoppiò a ridere e ripeté la frase tante e tante volte, finché il padre gli posò la mano sulla spalla. Melanie, gli occhi pieni di lacrime: - Questo ragazzo è un villano. Samuel, caccialo dal nostro ambulatorio!
Mozart: - Chi non mi vuole, mi lecchi il c...
Non terminò la parola perché il padre gli mise una mano sulla bocca. Hahnemann, nonostante tutto, provò uno strano e profondo sentimento di comunanza con il ragazzo: sensazioni che, di solito, un genio avverte solo quando si trova al cospetto di un altro genio. Il padre di Mozart disse: - La cosa peggiore, tuttavia, è la propensione di mio figlio a declamare filastrocche sconce e volgari: le recita sia a nobildonne, sia ad arcivescovi, sia a principi. Dovete curarlo per impedirgli di essere, ogni volta, cacciato via da corte.
Melanie, rivolta al marito: - Ah no, io non ho voglia di ascoltare altre oscenità. Se costui le dirà, io lascerò immediatamente questa casa e, questa notte, tu dormirai da solo. - Hahnemann restò pensieroso per alcuni istanti. Non voleva rifiutare le cure ad un ragazzo bisognoso, tuttavia non poteva passare la notte senza la sua amata Melanie.
Si avvicinò a Mozart e gli propose: - Ci declamerete una vostra filastrocca, però, al posto delle parola oscena, inserite il suono di uno strumento musicale.
Mozart annuì e, rivolto a Melanie, iniziò a declamare: - Buona notte, cara la mia ragazza, c... pepereperepé! nel letto finché non si scassa, stia chiotta chiotta, si stiri il c... pling plong pling! fino alla bocca; io vo al paese di cuccagna, per fare anche io un poco di nanna.
Melanie deglutì saliva e ribrezzo, Hahnemann prese un'ampolla di vetro e la consegnò al padre di Mozart: - Dategli venti gocce al giorno di Hyosciamus niger. Adesso ordinate a vostro figlio di togliere il topo morto dal cappello di mia moglie.
Mozart: - Quando si tratta di beffarmi di qualcuno, non posso resistere. - Seguì la risata asinina di Mozart e l'urlo di orrore di Melanie.
11 ottobre, 2010
torniamo all'omeopatia ...impossibile del dott. Grassi
Gli incontri impossibili: Hahnemann e Nietzsche
di Italo Grassi
Napoleone era stato sconfitto e, con il suo esilio, tutte le guerre sembravano finite. Hahnemann decise di partecipare alla festa di pace e di serenità che rallegrava la città di Lipsia. Salì sul suo calesse, afferrò le briglie e disse al cavallo: - Vai, bello! - Il cavallo, un vecchio ronzino bianco e un po' spelacchiato, non si mosse di un centimetro. Il medico tedesco provò a sollecitarlo, prima con parole gentili, poi con irripetibili imprecazioni tedesche. Finché, persa la pazienza, iniziò a frustarlo con violenza. Fu a quel punto che, da una strada laterale, sbucò Nietzsche. Il filosofo andò vicino al cavallo, lo accarezzò sul muso e scoppiò a piangere.
Hahnemann: - Che fate? Siete impazzito?
Nietzsche: - Meglio esser pazzo per conto proprio, anziché savio secondo la volontà altrui.
Hahnemann: - Oh mio buon cristiano, allontanatevi dal cavallo, potreste farvi male.
Nietzsche: - Io condanno il cristianesimo, levo contro la Chiesa Cristiana la più tremenda di tutte le accuse che siano mai state sulla lingua di un accusatore.
Hahnemann: - Non siate blasfemo!
Nietzsche: - Dio è morto. Dio resta morto. E noi l'abbiamo ucciso.
Hahnemann: - Insomma signore, cosa state cercando di dimostrare?
Nietzsche: - Io vi insegno il superuomo. L'uomo é qualcosa che deve essere superato.
Hahnemann, sarcastico: - E voi sareste in grado di mostrarmelo questo superuomo?
Nietzsche annuì e salì sul calesse accanto al medico tedesco. Da pietoso l'atteggiamento del filosofo si trasformò in crudele: frustò, brutalmente, il povero ronzino. L'animale ebbe un sussulto e si lanciò al galoppo, trascinando il calesse lungo le vie della città. Fu il caos. I passanti fuggivano terrorizzati per non essere investiti dal traballante veicolo trainato da un cavallo imbizzarrito.
Hahnemann, sconvolto: - Smettete di frustare il mio cavallo!
Nietzsche: - Talvolta guardo la mia mano, pensando di avere in mano il destino dell'umanità: lo spezzo invisibilmente in due parti, prima di me, dopo di me.
Hahnemann, con le mani davanti agli occhi, dopo che il calesse aveva sfiorato una quercia secolare: - Basta, pietà, signore. Se in voi c'è ancora un briciolo di umanità fermate questo calesse!
Nietzsche: - La mia umanità non consiste nel partecipare ai sentimenti degli uomini, ma nella capacità di sopportare questa partecipazione.
A quel punto il cavallo salì sul marciapiede. Le ruote urtarono contro il cordolo e il calesse, a causa della velocità, si alzò da terra. I due vennero lanciati, come proiettili, all'interno dei giardini pubblici. Nietzsche urlò: - Adesso sono lieve, adesso io volo, adesso vedo al di sotto di me, adesso é un dio a danzare, se io danzo. - Rimbalzarono tra i rami degli alberi, caddero su ispide siepi, rotolarono sull'erba appena tagliata. Dopo alcuni lunghissimi minuti, Hahnemann si rialzò e, zoppicando per il dolore, si avvicinò al filosofo. Gli consegnò una bottiglietta: - Questa è per voi, pazzoide mezzo angelo e mezzo diavolo, molto blasfemo e tanto misantropo; essa contiene Anacardium orientalis e sono sicuro che possa servirvi.
E Nietzsche, prima di svenire: - La speranza: essa è in verità il peggiore dei mali, perché prolunga le sofferenze degli uomini.
di Italo Grassi
Napoleone era stato sconfitto e, con il suo esilio, tutte le guerre sembravano finite. Hahnemann decise di partecipare alla festa di pace e di serenità che rallegrava la città di Lipsia. Salì sul suo calesse, afferrò le briglie e disse al cavallo: - Vai, bello! - Il cavallo, un vecchio ronzino bianco e un po' spelacchiato, non si mosse di un centimetro. Il medico tedesco provò a sollecitarlo, prima con parole gentili, poi con irripetibili imprecazioni tedesche. Finché, persa la pazienza, iniziò a frustarlo con violenza. Fu a quel punto che, da una strada laterale, sbucò Nietzsche. Il filosofo andò vicino al cavallo, lo accarezzò sul muso e scoppiò a piangere.
Hahnemann: - Che fate? Siete impazzito?
Nietzsche: - Meglio esser pazzo per conto proprio, anziché savio secondo la volontà altrui.
Hahnemann: - Oh mio buon cristiano, allontanatevi dal cavallo, potreste farvi male.
Nietzsche: - Io condanno il cristianesimo, levo contro la Chiesa Cristiana la più tremenda di tutte le accuse che siano mai state sulla lingua di un accusatore.
Hahnemann: - Non siate blasfemo!
Nietzsche: - Dio è morto. Dio resta morto. E noi l'abbiamo ucciso.
Hahnemann: - Insomma signore, cosa state cercando di dimostrare?
Nietzsche: - Io vi insegno il superuomo. L'uomo é qualcosa che deve essere superato.
Hahnemann, sarcastico: - E voi sareste in grado di mostrarmelo questo superuomo?
Nietzsche annuì e salì sul calesse accanto al medico tedesco. Da pietoso l'atteggiamento del filosofo si trasformò in crudele: frustò, brutalmente, il povero ronzino. L'animale ebbe un sussulto e si lanciò al galoppo, trascinando il calesse lungo le vie della città. Fu il caos. I passanti fuggivano terrorizzati per non essere investiti dal traballante veicolo trainato da un cavallo imbizzarrito.
Hahnemann, sconvolto: - Smettete di frustare il mio cavallo!
Nietzsche: - Talvolta guardo la mia mano, pensando di avere in mano il destino dell'umanità: lo spezzo invisibilmente in due parti, prima di me, dopo di me.
Hahnemann, con le mani davanti agli occhi, dopo che il calesse aveva sfiorato una quercia secolare: - Basta, pietà, signore. Se in voi c'è ancora un briciolo di umanità fermate questo calesse!
Nietzsche: - La mia umanità non consiste nel partecipare ai sentimenti degli uomini, ma nella capacità di sopportare questa partecipazione.
A quel punto il cavallo salì sul marciapiede. Le ruote urtarono contro il cordolo e il calesse, a causa della velocità, si alzò da terra. I due vennero lanciati, come proiettili, all'interno dei giardini pubblici. Nietzsche urlò: - Adesso sono lieve, adesso io volo, adesso vedo al di sotto di me, adesso é un dio a danzare, se io danzo. - Rimbalzarono tra i rami degli alberi, caddero su ispide siepi, rotolarono sull'erba appena tagliata. Dopo alcuni lunghissimi minuti, Hahnemann si rialzò e, zoppicando per il dolore, si avvicinò al filosofo. Gli consegnò una bottiglietta: - Questa è per voi, pazzoide mezzo angelo e mezzo diavolo, molto blasfemo e tanto misantropo; essa contiene Anacardium orientalis e sono sicuro che possa servirvi.
E Nietzsche, prima di svenire: - La speranza: essa è in verità il peggiore dei mali, perché prolunga le sofferenze degli uomini.
30 settembre, 2010
18 agosto, 2010
28 luglio, 2010
01 luglio, 2010
ed ora....:ac fluoricum
L'OMEOPATIA RACCONTATA
Gli incontri impossibili: Hahnemann e Oscar Wilde
di Italo Grassi
Durante una violenta lite con alcuni professori universitari, ostili all'omeopatia, Hahnemann colpì uno di costoro con un bastone, provocandogli una profonda lacerazione alla testa. Il medico tedesco fu arrestato e condotto in prigione. Finì nella stessa cella di Oscar Wilde. Hahnemann iniziò a dolersi: - Sono finito in galera per colpa dell'animo malvagio di alcuni miei colleghi.
Wilde, le mani strette alle sbarre della piccola finestra, sbuffò: - E' assurdo dividere le persone in buone o cattive. Le persone sono deliziose o noiose.
Hahnemann, a pugni stretti: - Mandarmi in galera è stata un'azione vergognosa!
Wilde: - C'è una sola cosa orribile al mondo, un solo peccato imperdonabile: la noia.
Hahnemann: - Allora, voi, signor so tutto, di cosa vi occupate?
Wilde: - Amo molto parlare di niente. É l'unico argomento di cui so tutto.
Improvvisamente gli occhi di Wilde si riempirono di lacrime. Lui si afflosciò sul suo letto e disse: - Finora ignoravo cosa fosse il terrore: ormai lo so. E' come se una mano di ghiaccio si posasse sul cuore. E' come se il cuore palpitasse, fino a schiantarsi, in un vuoto abisso.
Hahnemann, mosso a compassione, cercò di rincuorarlo: - Spiegatemi ciò che vi angustia. Io sono un medico e vi posso aiutare.
Wilde parlò della condanna a due anni di prigione per avere violato le regole morali della società. Narrò dei rapporti con la moglie, con i figli e con i numerosi amanti maschi. Descrisse il patrimonio distrutto in pochi anni a causa della sua vita troppo dispendiosa. Accennò alle sue stravaganze, ai suoi bizzarri modi di vestire, come il vezzo di mettersi un serpente intorno al collo o alle parrucche piene di ricci con cui amava presentarsi in società. Si addolorò pensando a tutti i suoi impegni, come la poesia e il giornalismo, inizialmente intrapresi con grande gioia, poi abbandonati per noia e per indifferenza. Infine enumerò i problemi fisici: la fragilità dei denti che lo aveva privato degli incisivi, l'infezione all'orecchio (da sifilide terziaria) che lo rendeva quasi sordo, il terribile prurito su tutto il corpo che lo costringeva a grattarsi fino a fare sanguinare la pelle.
Hahnemann: - Voi siete un vanitoso, convinto che il mondo vi ruoti intorno.
Wilde: - Amare sé stessi è l'inizio di un idillio che dura una vita.
Dall'esterno una voce gridò: - Il prigioniero è libero!
Udendo il rumore della porta che si apriva, Hahnemann gli porse una bottiglietta contenente Fluoricum acidum e disse. - Questo rimedio vi sarà molto utile. Adesso devo andare poiché Melanie, la mia amatissima moglie, è venuta a prendermi: siamo da poco sposati e il nostro è un bellissimo matrimonio.
Invece entrò More Adey che aveva pagato per fare uscire Wilde di galera. Hahnemann, preso dallo sconforto, si accasciò a terra. Wilde, mentre usciva, gli sussurrò all'orecchio: - Che sciocchezza parlare di matrimoni felici; un uomo può essere felice con qualsiasi donna, purché non la ami veramente...
Gli incontri impossibili: Hahnemann e Oscar Wilde
di Italo Grassi
Durante una violenta lite con alcuni professori universitari, ostili all'omeopatia, Hahnemann colpì uno di costoro con un bastone, provocandogli una profonda lacerazione alla testa. Il medico tedesco fu arrestato e condotto in prigione. Finì nella stessa cella di Oscar Wilde. Hahnemann iniziò a dolersi: - Sono finito in galera per colpa dell'animo malvagio di alcuni miei colleghi.
Wilde, le mani strette alle sbarre della piccola finestra, sbuffò: - E' assurdo dividere le persone in buone o cattive. Le persone sono deliziose o noiose.
Hahnemann, a pugni stretti: - Mandarmi in galera è stata un'azione vergognosa!
Wilde: - C'è una sola cosa orribile al mondo, un solo peccato imperdonabile: la noia.
Hahnemann: - Allora, voi, signor so tutto, di cosa vi occupate?
Wilde: - Amo molto parlare di niente. É l'unico argomento di cui so tutto.
Improvvisamente gli occhi di Wilde si riempirono di lacrime. Lui si afflosciò sul suo letto e disse: - Finora ignoravo cosa fosse il terrore: ormai lo so. E' come se una mano di ghiaccio si posasse sul cuore. E' come se il cuore palpitasse, fino a schiantarsi, in un vuoto abisso.
Hahnemann, mosso a compassione, cercò di rincuorarlo: - Spiegatemi ciò che vi angustia. Io sono un medico e vi posso aiutare.
Wilde parlò della condanna a due anni di prigione per avere violato le regole morali della società. Narrò dei rapporti con la moglie, con i figli e con i numerosi amanti maschi. Descrisse il patrimonio distrutto in pochi anni a causa della sua vita troppo dispendiosa. Accennò alle sue stravaganze, ai suoi bizzarri modi di vestire, come il vezzo di mettersi un serpente intorno al collo o alle parrucche piene di ricci con cui amava presentarsi in società. Si addolorò pensando a tutti i suoi impegni, come la poesia e il giornalismo, inizialmente intrapresi con grande gioia, poi abbandonati per noia e per indifferenza. Infine enumerò i problemi fisici: la fragilità dei denti che lo aveva privato degli incisivi, l'infezione all'orecchio (da sifilide terziaria) che lo rendeva quasi sordo, il terribile prurito su tutto il corpo che lo costringeva a grattarsi fino a fare sanguinare la pelle.
Hahnemann: - Voi siete un vanitoso, convinto che il mondo vi ruoti intorno.
Wilde: - Amare sé stessi è l'inizio di un idillio che dura una vita.
Dall'esterno una voce gridò: - Il prigioniero è libero!
Udendo il rumore della porta che si apriva, Hahnemann gli porse una bottiglietta contenente Fluoricum acidum e disse. - Questo rimedio vi sarà molto utile. Adesso devo andare poiché Melanie, la mia amatissima moglie, è venuta a prendermi: siamo da poco sposati e il nostro è un bellissimo matrimonio.
Invece entrò More Adey che aveva pagato per fare uscire Wilde di galera. Hahnemann, preso dallo sconforto, si accasciò a terra. Wilde, mentre usciva, gli sussurrò all'orecchio: - Che sciocchezza parlare di matrimoni felici; un uomo può essere felice con qualsiasi donna, purché non la ami veramente...
ed ora....:ac fluoricum
L'OMEOPATIA RACCONTATA
Gli incontri impossibili: Hahnemann e Oscar Wilde
di Italo Grassi
Durante una violenta lite con alcuni professori universitari, ostili all'omeopatia, Hahnemann colpì uno di costoro con un bastone, provocandogli una profonda lacerazione alla testa. Il medico tedesco fu arrestato e condotto in prigione. Finì nella stessa cella di Oscar Wilde. Hahnemann iniziò a dolersi: - Sono finito in galera per colpa dell'animo malvagio di alcuni miei colleghi.
Wilde, le mani strette alle sbarre della piccola finestra, sbuffò: - E' assurdo dividere le persone in buone o cattive. Le persone sono deliziose o noiose.
Hahnemann, a pugni stretti: - Mandarmi in galera è stata un'azione vergognosa!
Wilde: - C'è una sola cosa orribile al mondo, un solo peccato imperdonabile: la noia.
Hahnemann: - Allora, voi, signor so tutto, di cosa vi occupate?
Wilde: - Amo molto parlare di niente. É l'unico argomento di cui so tutto.
Improvvisamente gli occhi di Wilde si riempirono di lacrime. Lui si afflosciò sul suo letto e disse: - Finora ignoravo cosa fosse il terrore: ormai lo so. E' come se una mano di ghiaccio si posasse sul cuore. E' come se il cuore palpitasse, fino a schiantarsi, in un vuoto abisso.
Hahnemann, mosso a compassione, cercò di rincuorarlo: - Spiegatemi ciò che vi angustia. Io sono un medico e vi posso aiutare.
Wilde parlò della condanna a due anni di prigione per avere violato le regole morali della società. Narrò dei rapporti con la moglie, con i figli e con i numerosi amanti maschi. Descrisse il patrimonio distrutto in pochi anni a causa della sua vita troppo dispendiosa. Accennò alle sue stravaganze, ai suoi bizzarri modi di vestire, come il vezzo di mettersi un serpente intorno al collo o alle parrucche piene di ricci con cui amava presentarsi in società. Si addolorò pensando a tutti i suoi impegni, come la poesia e il giornalismo, inizialmente intrapresi con grande gioia, poi abbandonati per noia e per indifferenza. Infine enumerò i problemi fisici: la fragilità dei denti che lo aveva privato degli incisivi, l'infezione all'orecchio (da sifilide terziaria) che lo rendeva quasi sordo, il terribile prurito su tutto il corpo che lo costringeva a grattarsi fino a fare sanguinare la pelle.
Hahnemann: - Voi siete un vanitoso, convinto che il mondo vi ruoti intorno.
Wilde: - Amare sé stessi è l'inizio di un idillio che dura una vita.
Dall'esterno una voce gridò: - Il prigioniero è libero!
Udendo il rumore della porta che si apriva, Hahnemann gli porse una bottiglietta contenente Fluoricum acidum e disse. - Questo rimedio vi sarà molto utile. Adesso devo andare poiché Melanie, la mia amatissima moglie, è venuta a prendermi: siamo da poco sposati e il nostro è un bellissimo matrimonio.
Invece entrò More Adey che aveva pagato per fare uscire Wilde di galera. Hahnemann, preso dallo sconforto, si accasciò a terra. Wilde, mentre usciva, gli sussurrò all'orecchio: - Che sciocchezza parlare di matrimoni felici; un uomo può essere felice con qualsiasi donna, purché non la ami veramente...
Gli incontri impossibili: Hahnemann e Oscar Wilde
di Italo Grassi
Durante una violenta lite con alcuni professori universitari, ostili all'omeopatia, Hahnemann colpì uno di costoro con un bastone, provocandogli una profonda lacerazione alla testa. Il medico tedesco fu arrestato e condotto in prigione. Finì nella stessa cella di Oscar Wilde. Hahnemann iniziò a dolersi: - Sono finito in galera per colpa dell'animo malvagio di alcuni miei colleghi.
Wilde, le mani strette alle sbarre della piccola finestra, sbuffò: - E' assurdo dividere le persone in buone o cattive. Le persone sono deliziose o noiose.
Hahnemann, a pugni stretti: - Mandarmi in galera è stata un'azione vergognosa!
Wilde: - C'è una sola cosa orribile al mondo, un solo peccato imperdonabile: la noia.
Hahnemann: - Allora, voi, signor so tutto, di cosa vi occupate?
Wilde: - Amo molto parlare di niente. É l'unico argomento di cui so tutto.
Improvvisamente gli occhi di Wilde si riempirono di lacrime. Lui si afflosciò sul suo letto e disse: - Finora ignoravo cosa fosse il terrore: ormai lo so. E' come se una mano di ghiaccio si posasse sul cuore. E' come se il cuore palpitasse, fino a schiantarsi, in un vuoto abisso.
Hahnemann, mosso a compassione, cercò di rincuorarlo: - Spiegatemi ciò che vi angustia. Io sono un medico e vi posso aiutare.
Wilde parlò della condanna a due anni di prigione per avere violato le regole morali della società. Narrò dei rapporti con la moglie, con i figli e con i numerosi amanti maschi. Descrisse il patrimonio distrutto in pochi anni a causa della sua vita troppo dispendiosa. Accennò alle sue stravaganze, ai suoi bizzarri modi di vestire, come il vezzo di mettersi un serpente intorno al collo o alle parrucche piene di ricci con cui amava presentarsi in società. Si addolorò pensando a tutti i suoi impegni, come la poesia e il giornalismo, inizialmente intrapresi con grande gioia, poi abbandonati per noia e per indifferenza. Infine enumerò i problemi fisici: la fragilità dei denti che lo aveva privato degli incisivi, l'infezione all'orecchio (da sifilide terziaria) che lo rendeva quasi sordo, il terribile prurito su tutto il corpo che lo costringeva a grattarsi fino a fare sanguinare la pelle.
Hahnemann: - Voi siete un vanitoso, convinto che il mondo vi ruoti intorno.
Wilde: - Amare sé stessi è l'inizio di un idillio che dura una vita.
Dall'esterno una voce gridò: - Il prigioniero è libero!
Udendo il rumore della porta che si apriva, Hahnemann gli porse una bottiglietta contenente Fluoricum acidum e disse. - Questo rimedio vi sarà molto utile. Adesso devo andare poiché Melanie, la mia amatissima moglie, è venuta a prendermi: siamo da poco sposati e il nostro è un bellissimo matrimonio.
Invece entrò More Adey che aveva pagato per fare uscire Wilde di galera. Hahnemann, preso dallo sconforto, si accasciò a terra. Wilde, mentre usciva, gli sussurrò all'orecchio: - Che sciocchezza parlare di matrimoni felici; un uomo può essere felice con qualsiasi donna, purché non la ami veramente...
11 giugno, 2010
così penso del...... 2012 !
QUELLO CHE PER IL BRUCO E' LA FINE DEL MONDO....
PER IL RESTO DEL MONDO E'...UNA FARFALLA!!!!!!!!!
LAO TZE
PER IL RESTO DEL MONDO E'...UNA FARFALLA!!!!!!!!!
LAO TZE
sempre divertenti.....
L'OMEOPATIA RACCONTATA...
Gli incontri impossibili: Hahnemann e Nostradamus
di Italo Grassi
Melanie, desiderosa di sapere come sarebbe stato il suo futuro con Hahnemann, convinse il medico tedesco a portarla da Nostradamus. Il celebre indovino giaceva, pallido e assopito, su una poltrona. Melanie gli si rivolse con reverenza e, dopo avergli dato una borsa di monete d'oro, domandò: - Maestro, io e mio marito siamo venuti per conoscere il nostro futuro. - Nostradamus, lentamente, aprì gli occhi e volse lo sguardo confuso verso di loro. Vide Hahnemann. Gli sorrise teneramente. Con garbo afferrò la sua mano e la baciò.
Il medico tedesco ritrasse la mano con sdegno e disse alla moglie: - Che cosa fa, questo idiota? Io sono un dottore e non una dama!
Ma Nostradamus non capì poiché, nel frattempo, si era riaddormentato. Melanie toccò, più volte, la spalla del veggente. Nostradamus sussultò e riaprì gli occhi. Lentamente si alzò, a passi incerti si diresse verso un quadro appeso alla parete. Vi era raffigurata l'immagine di una donna. L'astrologo domandò all'immagine di ripetere la domanda.
Hahnemann: - Se, anziché ad una raffigurazione, parlasse a mia moglie, forse capirebbe meglio.
Nostradamus, confuso e smarrito si girò. Guardò Melanie e scoppiò a piangere. Si volse verso Hahnemann e iniziò a ridere. Poi si appoggiò alla parete e riprese a dormire.
Hahnemann: - Costui è completamente rimbambito!
Melanie: - Maestro, siamo qua perché lei interpreti il nostro futuro.
Nostradamus sbarrò gli occhi, si bagnò le labbra secche con la lingua e disse con fatica, quasi i pensieri gli svanissero nella mente nel momento stesso in cui parlava: - La chiave delle interpretazioni sarà scoperta quando sarà giunto il momento di dissipare l'ignoranza.
Hahnemann: - Che stupidaggini sta dicendo?
Nostradamus si portò le mani al ventre prominente e contrasse i muscoli del volto.
Melanie: - Guarda, si sta concentrando. Adesso ci dirà le sue profezie.
Hahnemann, storcendo il naso, si sventolò un fazzoletto davanti al viso: - Non ho mai sentito profezie più puzzolenti!
Nostradamus, a fatica, con voce che sembrava venire dall'oltretomba mormorò: - Il giovane leone il vecchio sormonterà / Nel campo bellico in singolar tenzone / Nella gabbia d'oro gli occhi perforerà / Due ferite in una, poi morire, morte crudele.
Hahnemann: - Che filastrocca è mai questa? Rivoglio indietro i miei soldi.
Melanie: - Quando Nostradamus è in trance, dice quartine che devono essere interpretate.
Hahnemann: - Interpretate un corno. Questo idiota farnetica e dice solo parole senza senso. E' stordito, distratto, confuso; è gonfio e pieno di flatulenze; per di più non si capisce niente di ciò che dice.
Poi, rivolto alla moglie, il medico tedesco ordinò: - Andiamocene via, qua perdiamo solo il nostro tempo.
Nostradamus li guardò con odio. Prima che i due coniugi uscissero, gridò contro di loro: - Dall'Oriente verrà il cuore Punico / A travagliare Adria e gli eredi / Rotulei / Accompagnato dalla flotta Libica / Tremate Maltesi e vicine isole vuote.
Melanie: - Dio mio, a cosa si riferirà?
Hahnemann, scuotendo la testa, tornò verso l'indovino e disse: - Buon uomo, prenda della Nux moscata, vedrà che dopo starà meglio.
Ma Nostradamus si era nuovamente addormentato.
Gli incontri impossibili: Hahnemann e Nostradamus
di Italo Grassi
Melanie, desiderosa di sapere come sarebbe stato il suo futuro con Hahnemann, convinse il medico tedesco a portarla da Nostradamus. Il celebre indovino giaceva, pallido e assopito, su una poltrona. Melanie gli si rivolse con reverenza e, dopo avergli dato una borsa di monete d'oro, domandò: - Maestro, io e mio marito siamo venuti per conoscere il nostro futuro. - Nostradamus, lentamente, aprì gli occhi e volse lo sguardo confuso verso di loro. Vide Hahnemann. Gli sorrise teneramente. Con garbo afferrò la sua mano e la baciò.
Il medico tedesco ritrasse la mano con sdegno e disse alla moglie: - Che cosa fa, questo idiota? Io sono un dottore e non una dama!
Ma Nostradamus non capì poiché, nel frattempo, si era riaddormentato. Melanie toccò, più volte, la spalla del veggente. Nostradamus sussultò e riaprì gli occhi. Lentamente si alzò, a passi incerti si diresse verso un quadro appeso alla parete. Vi era raffigurata l'immagine di una donna. L'astrologo domandò all'immagine di ripetere la domanda.
Hahnemann: - Se, anziché ad una raffigurazione, parlasse a mia moglie, forse capirebbe meglio.
Nostradamus, confuso e smarrito si girò. Guardò Melanie e scoppiò a piangere. Si volse verso Hahnemann e iniziò a ridere. Poi si appoggiò alla parete e riprese a dormire.
Hahnemann: - Costui è completamente rimbambito!
Melanie: - Maestro, siamo qua perché lei interpreti il nostro futuro.
Nostradamus sbarrò gli occhi, si bagnò le labbra secche con la lingua e disse con fatica, quasi i pensieri gli svanissero nella mente nel momento stesso in cui parlava: - La chiave delle interpretazioni sarà scoperta quando sarà giunto il momento di dissipare l'ignoranza.
Hahnemann: - Che stupidaggini sta dicendo?
Nostradamus si portò le mani al ventre prominente e contrasse i muscoli del volto.
Melanie: - Guarda, si sta concentrando. Adesso ci dirà le sue profezie.
Hahnemann, storcendo il naso, si sventolò un fazzoletto davanti al viso: - Non ho mai sentito profezie più puzzolenti!
Nostradamus, a fatica, con voce che sembrava venire dall'oltretomba mormorò: - Il giovane leone il vecchio sormonterà / Nel campo bellico in singolar tenzone / Nella gabbia d'oro gli occhi perforerà / Due ferite in una, poi morire, morte crudele.
Hahnemann: - Che filastrocca è mai questa? Rivoglio indietro i miei soldi.
Melanie: - Quando Nostradamus è in trance, dice quartine che devono essere interpretate.
Hahnemann: - Interpretate un corno. Questo idiota farnetica e dice solo parole senza senso. E' stordito, distratto, confuso; è gonfio e pieno di flatulenze; per di più non si capisce niente di ciò che dice.
Poi, rivolto alla moglie, il medico tedesco ordinò: - Andiamocene via, qua perdiamo solo il nostro tempo.
Nostradamus li guardò con odio. Prima che i due coniugi uscissero, gridò contro di loro: - Dall'Oriente verrà il cuore Punico / A travagliare Adria e gli eredi / Rotulei / Accompagnato dalla flotta Libica / Tremate Maltesi e vicine isole vuote.
Melanie: - Dio mio, a cosa si riferirà?
Hahnemann, scuotendo la testa, tornò verso l'indovino e disse: - Buon uomo, prenda della Nux moscata, vedrà che dopo starà meglio.
Ma Nostradamus si era nuovamente addormentato.
14 maggio, 2010
....causticum
Gli incontri impossibili: Hahnemann e Majakovskjy
di Italo Grassi
Durante una tiepida giornata di maggio, Hahnemann salì sul calesse e decise di rendere omaggio ad un amico, da poco deceduto, al cimitero di Montmartre. Purtroppo, non essendo pratico del luogo, si smarrì lungo la strada. Vide un gruppo di contadini, sul lato destro della via, intenti ad ascoltare un uomo che, con uno spiccato accento russo, declamava poesie in francese: - Battete in piazza il calpestio delle rivolte! In alto, catena di teste superbe!
- Da che parte devo andare per Montmartre? - domandò, ad alta voce, Hahnemann.
Majakovskjy, questo il nome del poeta russo, si girò e con enfasi rispose: - Tutte le strade portano a Roma. Ma ciò non vale per Montparnasse.
- Macché Montparnasse. Io voglio andare a Montmartre. - urlò Hahnemann, con indispettito e tagliente accento germanico. E Majakovskjy, aprendo le braccia in direzione del medico tedesco: - Cari Tedeschi, accorrete! Io so che avete sul labbro la Margherita di Goethe.
Hahnemann, pugni stretti e occhi sbarrati, sbraitò: - Io voglio andare a Montmartre!
Majakovskjy, questa volta rivolto alla piccola folla di contadini: - Parigi, capitale di secoli come puoi sopportare queste ciance di emigranti?
Hahnemann, in piedi sul calesse, dimenando minacciosamente la frusta verso l'alto: - Emigrante sarete voi. Io sono un illustre medico tedesco, venuto a Parigi per curare le persone.
Majakovskjy, con un balzo felino, gli salì accanto e rivolto alla folla esclamò: - Si sono placate le tempeste dei grembi rivoluzionari. Si è coperto di melma il miscuglio sovietico. Ed è strisciato fuori dalla schiena della RSFSR il ceffo del piccolo borghese.
Hahnemann: - Cosa dite, signore?
Majakovskjy, a bassa voce: - Non vorrete prendermi in parola, io non sono affatto contro il ceto borghese. Ai borghesucci senza distinzione di classi e di ceti il mio panegirico.
Hahnemann, rivolto ai contadini: - Costui enfatizza soltanto parole incomprensibili e non merita la vostra attenzione. - I contadini annuirono e, rapidamente, tornarono al lavoro nei campi. Invano Majakovskjy, sceso dal calesse, cercò di richiamarli: - Io sono operaio, è mio questo maggio! Io sono contadino, questo maggio è mio! - Ma nessuno tornò indietro. Rimasto solo, Majakovskjy s'inginocchiò e, a capo chino, disse: - Muori, mio verso, muori come un gregario, come sconosciuti, morivano i nostri all'assalto!
Poi, rivolto al medico tedesco: - Gioisci, gioisci, che finalmente mi hai dato il colpo mortale!
Hahnemann: - Non siate triste. Oggi è una bella giornata di primavera.
Majakovskjy: - Dimenticherò l'anno, la data, il giorno della settimana.
- Perché tanta tristezza? - domandò Hahnemann.
Majakovskjy: - Ho bestemmiato, ho urlato che Dio non esiste, e Dio ha evocato una donna dalle voragini amare...
Hahnemann: - Dio sa anche perdonare.
Majakovskjy, con un sorriso amaro: - Compagno Dio, mettiamoci una pietra sopra! - Poi, alzando le spalle: - Mi chiedo ancora ed ancora se non sia meglio mettere il punto d'un proiettile all'essere mio. - Hahnemann rovistò dentro la sua borsa, ne estrasse una bottiglietta che diede al poeta russo.
- Prendete dieci gocce di Causticum al giorno. Vi farà bene.
Ma Majakovskjy la gettò via con rabbia. Rivolto lo sguardo verso l'alto, urlò: - La mia visita attendi. Sarò puntuale, non tarderò ventiquattr'ore. Ascoltami altissimo inquisitore!...
di Italo Grassi
Durante una tiepida giornata di maggio, Hahnemann salì sul calesse e decise di rendere omaggio ad un amico, da poco deceduto, al cimitero di Montmartre. Purtroppo, non essendo pratico del luogo, si smarrì lungo la strada. Vide un gruppo di contadini, sul lato destro della via, intenti ad ascoltare un uomo che, con uno spiccato accento russo, declamava poesie in francese: - Battete in piazza il calpestio delle rivolte! In alto, catena di teste superbe!
- Da che parte devo andare per Montmartre? - domandò, ad alta voce, Hahnemann.
Majakovskjy, questo il nome del poeta russo, si girò e con enfasi rispose: - Tutte le strade portano a Roma. Ma ciò non vale per Montparnasse.
- Macché Montparnasse. Io voglio andare a Montmartre. - urlò Hahnemann, con indispettito e tagliente accento germanico. E Majakovskjy, aprendo le braccia in direzione del medico tedesco: - Cari Tedeschi, accorrete! Io so che avete sul labbro la Margherita di Goethe.
Hahnemann, pugni stretti e occhi sbarrati, sbraitò: - Io voglio andare a Montmartre!
Majakovskjy, questa volta rivolto alla piccola folla di contadini: - Parigi, capitale di secoli come puoi sopportare queste ciance di emigranti?
Hahnemann, in piedi sul calesse, dimenando minacciosamente la frusta verso l'alto: - Emigrante sarete voi. Io sono un illustre medico tedesco, venuto a Parigi per curare le persone.
Majakovskjy, con un balzo felino, gli salì accanto e rivolto alla folla esclamò: - Si sono placate le tempeste dei grembi rivoluzionari. Si è coperto di melma il miscuglio sovietico. Ed è strisciato fuori dalla schiena della RSFSR il ceffo del piccolo borghese.
Hahnemann: - Cosa dite, signore?
Majakovskjy, a bassa voce: - Non vorrete prendermi in parola, io non sono affatto contro il ceto borghese. Ai borghesucci senza distinzione di classi e di ceti il mio panegirico.
Hahnemann, rivolto ai contadini: - Costui enfatizza soltanto parole incomprensibili e non merita la vostra attenzione. - I contadini annuirono e, rapidamente, tornarono al lavoro nei campi. Invano Majakovskjy, sceso dal calesse, cercò di richiamarli: - Io sono operaio, è mio questo maggio! Io sono contadino, questo maggio è mio! - Ma nessuno tornò indietro. Rimasto solo, Majakovskjy s'inginocchiò e, a capo chino, disse: - Muori, mio verso, muori come un gregario, come sconosciuti, morivano i nostri all'assalto!
Poi, rivolto al medico tedesco: - Gioisci, gioisci, che finalmente mi hai dato il colpo mortale!
Hahnemann: - Non siate triste. Oggi è una bella giornata di primavera.
Majakovskjy: - Dimenticherò l'anno, la data, il giorno della settimana.
- Perché tanta tristezza? - domandò Hahnemann.
Majakovskjy: - Ho bestemmiato, ho urlato che Dio non esiste, e Dio ha evocato una donna dalle voragini amare...
Hahnemann: - Dio sa anche perdonare.
Majakovskjy, con un sorriso amaro: - Compagno Dio, mettiamoci una pietra sopra! - Poi, alzando le spalle: - Mi chiedo ancora ed ancora se non sia meglio mettere il punto d'un proiettile all'essere mio. - Hahnemann rovistò dentro la sua borsa, ne estrasse una bottiglietta che diede al poeta russo.
- Prendete dieci gocce di Causticum al giorno. Vi farà bene.
Ma Majakovskjy la gettò via con rabbia. Rivolto lo sguardo verso l'alto, urlò: - La mia visita attendi. Sarò puntuale, non tarderò ventiquattr'ore. Ascoltami altissimo inquisitore!...
03 maggio, 2010
..c'è odor di zolfo.....
L'ottimismo filosofico di Sulphur
di Luisella Zanino
Sulphur il re. Il re del calore, il re leone, il re della psora.
Per definirlo una sola parola: onnipotenza.
Il suo pianeta è Giove e il suo regno la fiducia in sé e nelle proprie illusioni.
La sua persona è potente, come potente è la sua ombra (Jung).
La vita di Sulphur è dominata dai sensi. È felice di esistere e guarda il mondo con sguardo benevolente. Ama i piaceri del corpo. Avido di quel piacere di cui è schiavo moltiplica all'infinito le sue attività, pur di ottenerlo: vuole gustare tutte le bellezze della vita e divorarle, possederle. Sulphur accaparra. Accaparra tutto per sé: cibo, denaro, relazioni. Non può lasciare nulla a nessuno. Ma non è ritentivo, è semplicemente avido. Avido di lusso, di apparenza, di amicizie. È un investitore brillante e scaltro, ma alla fine non accumula nulla. Non amore sincero, non amici veri e neppure ricchezza. Non ha scrupoli nel gettare denaro dalla finestra, di apparire anche quando non ne ha i mezzi. Circondato dai suoi cortigiani Sulphur usa e abusa.
La parte emozionale è ridotta a uno spazio minimo, compressa, soffocata e negata da quei sensi violenti. Sulphur galleggia in superficie, le profondità non fanno per lui. Davanti alle emozioni Sulphur non può che scegliere l'evitamento: un sangue freddo che stupisce. Attraversa gli avvenimenti con destrezza: amori, lutti, dolori gli scivolano addosso. Spesso gli altri lo ammirano: che forza! Che bel carattere! Che re!
Le qualità intuitive di Sulphur sono brillanti e giustificano l'importanza sociale che può talora raggiungere. Ha la tempra del filosofo e può discutere e analizzare tutto, sia in un circolo intellettuale che al bar sotto casa: dalla politica alla metereologia, dall'etica alla religione, passando per i massimi sistemi. È brillante, spiritoso, la battuta è pronta. E' un campione di ironia quasi come Socrate (quel Socrate che amava rinfrescare i propri piedi resi bollenti dal sole dell'Attica nell'acqua gelida del ruscello).
La grande intuitività di Sulphur non è sorretta dalla logica: per Sulphur un effetto non ha mai una sola causa. La labilità filosofica può renderlo vulnerabile, incerto, sofferente.
Ed ecco che l'emozione insufficiente lascia spazio all'ombra evanescente: la paura del vuoto, del nulla della morte possono sopraggiungere all'improvviso e Sulphur si ritira nel disinteresse al mondo, si concentra sempre più su se stesso e sul proprio corpo, in bilico fra paranoia e ipocondria. L'ombra lo aggredisce e lo raggela: Psorinum è alle porte?
Max Tétau - Cahiers de biothérapie- n 217, Juillet
di Luisella Zanino
Sulphur il re. Il re del calore, il re leone, il re della psora.
Per definirlo una sola parola: onnipotenza.
Il suo pianeta è Giove e il suo regno la fiducia in sé e nelle proprie illusioni.
La sua persona è potente, come potente è la sua ombra (Jung).
La vita di Sulphur è dominata dai sensi. È felice di esistere e guarda il mondo con sguardo benevolente. Ama i piaceri del corpo. Avido di quel piacere di cui è schiavo moltiplica all'infinito le sue attività, pur di ottenerlo: vuole gustare tutte le bellezze della vita e divorarle, possederle. Sulphur accaparra. Accaparra tutto per sé: cibo, denaro, relazioni. Non può lasciare nulla a nessuno. Ma non è ritentivo, è semplicemente avido. Avido di lusso, di apparenza, di amicizie. È un investitore brillante e scaltro, ma alla fine non accumula nulla. Non amore sincero, non amici veri e neppure ricchezza. Non ha scrupoli nel gettare denaro dalla finestra, di apparire anche quando non ne ha i mezzi. Circondato dai suoi cortigiani Sulphur usa e abusa.
La parte emozionale è ridotta a uno spazio minimo, compressa, soffocata e negata da quei sensi violenti. Sulphur galleggia in superficie, le profondità non fanno per lui. Davanti alle emozioni Sulphur non può che scegliere l'evitamento: un sangue freddo che stupisce. Attraversa gli avvenimenti con destrezza: amori, lutti, dolori gli scivolano addosso. Spesso gli altri lo ammirano: che forza! Che bel carattere! Che re!
Le qualità intuitive di Sulphur sono brillanti e giustificano l'importanza sociale che può talora raggiungere. Ha la tempra del filosofo e può discutere e analizzare tutto, sia in un circolo intellettuale che al bar sotto casa: dalla politica alla metereologia, dall'etica alla religione, passando per i massimi sistemi. È brillante, spiritoso, la battuta è pronta. E' un campione di ironia quasi come Socrate (quel Socrate che amava rinfrescare i propri piedi resi bollenti dal sole dell'Attica nell'acqua gelida del ruscello).
La grande intuitività di Sulphur non è sorretta dalla logica: per Sulphur un effetto non ha mai una sola causa. La labilità filosofica può renderlo vulnerabile, incerto, sofferente.
Ed ecco che l'emozione insufficiente lascia spazio all'ombra evanescente: la paura del vuoto, del nulla della morte possono sopraggiungere all'improvviso e Sulphur si ritira nel disinteresse al mondo, si concentra sempre più su se stesso e sul proprio corpo, in bilico fra paranoia e ipocondria. L'ombra lo aggredisce e lo raggela: Psorinum è alle porte?
Max Tétau - Cahiers de biothérapie- n 217, Juillet
26 marzo, 2010
omeopatia raccontata...
Gli incontri impossibili: Hahnemann e Marilyn Monroe
di Italo Grassi
Natale, le undici di sera. Hahnemann, sapendo che Melanie lo stava aspettando in camera da letto, sbuffò indispettito: - Le sembra questa l'ora giusta per farsi visitare? -
Marilyn Monroe: - Se avessi rispettato tutte le regole, non sarei arrivata da nessuna parte.
Hahnemann: - Sa in quale giorno dell'anno siamo?
Marilyn: - Mi è capitato spesso di finire su un calendario. Ma mai per una data precisa.
Hahnemann la osservò bene. La donna, un'attrice vestita con una camicetta candida, un paio di pantaloni bianchi e un nastro rosso tra i capelli, mostrava un atteggiamento un po' strano. Giocherellava con gli oggetti, camminava ancheggiando, squittiva, si succhiava il pollice e annusava i fiori come se aspirasse tabacco. Alternava momenti di dolce timidezza, ad altri in cui si mostrava nervosa e sgarbata. Era un miscuglio di ambiguità. Poi, improvvisamente, scoppiò a piangere.
- Va bene, venga nel mio studio. - disse Hahnemann, precedendola, mentre leggeva la lettera di presentazione vicino al lume di una candela accesa. Norma Jeane, vero nome dell'attrice, soffriva di depressione, aveva avuto due aborti di cui uno spontaneo; aveva anche problemi di alcolismo.
Hahnemann: - Cosa la rende infelice? -
Marylin: - Non sono stata abituata alla felicità: è qualcosa che non ho mai dato per scontato, ma pensavo che sarebbe arrivata con il matrimonio. -
Hahnemann, continuando a leggere la lettera: - Il primo matrimonio è fallito perché lei era troppo giovane. Mi parli del secondo, quello con Joe Di Maggio.
Marilyn: - Dal mio matrimonio speravo di ricavare amore, calore, affetto e comprensione. Invece è stata una relazione basata sulla freddezza e sull'indifferenza.
Hahnemann: - Cosa mi dice di quello con Arthur Miller?
Marilyn: - È un uomo brillante e uno scrittore meraviglioso, ma credo sia meglio come scrittore che come marito. -
Hahnemann: - Qua c'è scritto che lei abita a Hollywood.
Marilyn: - E' un posto dove ti pagano mille dollari per un bacio e cinquanta centesimi per la tua anima.
Hahnemann, per la prima volta, alzò lo sguardo dal foglio e, guardando la donna, per poco non gli pigliò un colpo. Marilyn era supina sul tappeto, nuda.
Hahnemann: - Perché si è spogliata?
Marilyn: - La notte mi vesto solo di Chanel numero 5...
Hahnemann, a mani giunte, percorrendo con lo sguardo schiena e glutei dell'attrice: - Lei è una stella!
Marilyn, girandosi verso di lui: - Non basta andare a letto per diventare una star... Ci vuole di più, molto di più. Però aiuta...
Hahnemann, avvicinando, con mano tremante, una boccetta piena di liquido all'attrice: - Actea Racemosa, 10 gocce al giorno. Adesso cosa intende fare?
Marilyn: - Il sesso fa parte della natura, e io seguo la natura.
Hahnemann: - Io sono un uomo sposato.
Marilyn: - I mariti non sono mai amanti così meravigliosi come quando stanno tradendo la moglie...
di Italo Grassi
Natale, le undici di sera. Hahnemann, sapendo che Melanie lo stava aspettando in camera da letto, sbuffò indispettito: - Le sembra questa l'ora giusta per farsi visitare? -
Marilyn Monroe: - Se avessi rispettato tutte le regole, non sarei arrivata da nessuna parte.
Hahnemann: - Sa in quale giorno dell'anno siamo?
Marilyn: - Mi è capitato spesso di finire su un calendario. Ma mai per una data precisa.
Hahnemann la osservò bene. La donna, un'attrice vestita con una camicetta candida, un paio di pantaloni bianchi e un nastro rosso tra i capelli, mostrava un atteggiamento un po' strano. Giocherellava con gli oggetti, camminava ancheggiando, squittiva, si succhiava il pollice e annusava i fiori come se aspirasse tabacco. Alternava momenti di dolce timidezza, ad altri in cui si mostrava nervosa e sgarbata. Era un miscuglio di ambiguità. Poi, improvvisamente, scoppiò a piangere.
- Va bene, venga nel mio studio. - disse Hahnemann, precedendola, mentre leggeva la lettera di presentazione vicino al lume di una candela accesa. Norma Jeane, vero nome dell'attrice, soffriva di depressione, aveva avuto due aborti di cui uno spontaneo; aveva anche problemi di alcolismo.
Hahnemann: - Cosa la rende infelice? -
Marylin: - Non sono stata abituata alla felicità: è qualcosa che non ho mai dato per scontato, ma pensavo che sarebbe arrivata con il matrimonio. -
Hahnemann, continuando a leggere la lettera: - Il primo matrimonio è fallito perché lei era troppo giovane. Mi parli del secondo, quello con Joe Di Maggio.
Marilyn: - Dal mio matrimonio speravo di ricavare amore, calore, affetto e comprensione. Invece è stata una relazione basata sulla freddezza e sull'indifferenza.
Hahnemann: - Cosa mi dice di quello con Arthur Miller?
Marilyn: - È un uomo brillante e uno scrittore meraviglioso, ma credo sia meglio come scrittore che come marito. -
Hahnemann: - Qua c'è scritto che lei abita a Hollywood.
Marilyn: - E' un posto dove ti pagano mille dollari per un bacio e cinquanta centesimi per la tua anima.
Hahnemann, per la prima volta, alzò lo sguardo dal foglio e, guardando la donna, per poco non gli pigliò un colpo. Marilyn era supina sul tappeto, nuda.
Hahnemann: - Perché si è spogliata?
Marilyn: - La notte mi vesto solo di Chanel numero 5...
Hahnemann, a mani giunte, percorrendo con lo sguardo schiena e glutei dell'attrice: - Lei è una stella!
Marilyn, girandosi verso di lui: - Non basta andare a letto per diventare una star... Ci vuole di più, molto di più. Però aiuta...
Hahnemann, avvicinando, con mano tremante, una boccetta piena di liquido all'attrice: - Actea Racemosa, 10 gocce al giorno. Adesso cosa intende fare?
Marilyn: - Il sesso fa parte della natura, e io seguo la natura.
Hahnemann: - Io sono un uomo sposato.
Marilyn: - I mariti non sono mai amanti così meravigliosi come quando stanno tradendo la moglie...
18 febbraio, 2010
cos'è la PNEI.....
La psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI) è la scienza che studia il rapporto tra mente, emozioni, sistema endocrino, sistema immunitario e stati di coscienza e le loro mediazioni chimiche, al fine di dimostrare la loro interdipendenza psico-chimica.
Si possono identificare a livello cerebrale l'esistenza di due sistemi neurochimici fondamentali, polari e complementari fra di loro: Uno chiamato Sistema Oppioide: è connesso alla vita inconscia, all'ipofisi o ghiandola pituitaria situata al centro del cervello (corrispondente al 6° chakra o ajna). Questo sistema è attivo in condizioni di stress, dolore, ansia, irritabilità, inducendo immunosoppressione o stato di malattia. È mediato da catecolamine, steroidi surrenalici e oppioidi endorfine e dinorfine. L'altro, il Sistema Cannabinoide, è connesso alla vita cosciente e supercosciente, dando la possibilità all'uomo di percepire l'Universo. È in rapporto con la ghiandola pineale o epifisi, situata nell'encefalo pur non facendo parte di esso (corrisponde al 7° chakra o brahmarandhra). È il sistema coinvolto nell'induzione della percezione del piacere, della gioia e dell'espansione di coscienza nella spiritualità dell'Amore. (È errato quindi credere che sia la produzione di endorfine a rendere possibile la percezione del piacere e ad esaltare l'immunità, sono bensì i cannabinoidi e indoli pinealici).
La PNEI dimostra chiaramente l'esistenza nel corpo umano di una doppia regolazione, la prima secondo le leggi della natura metabolico-biologica, esercitata dalla ghiandola pituitaria o ipofisi (che significa sotto la natura), cioè secondo le leggi della natura. Nell'ambito del puro metabolismo, quindi, tutti i corpi sono biologicamente affini fra loro. La seconda in rapporto alle leggi universali e spirituali, esercitata dalla ghiandola pineale o epifisi (che significa sopra la natura), cioè secondo le dinamiche delle realtà celesti.
Qui emergono invece le differenze nella biochimica umana, le quali non sono che funzioni del differente livello di Amore espresso dal singolo individuo. La ghiandola pineale, già indicata secoli or sono come sede dell'Anima da Galeno e Cartesio, rappresenta il punto di unione relazionale fra spirito e corpo fisico, consentendo di sperimentare l'espansione di coscienza. Dal rapporto tra ipofisi ed epifisi, cioè nella loro relazione sinergica endocrina, e tra l'epifisi e l'attività endocrina cardiaca, un giorno si potrà arrivare a stabilire quanto un individuo sia aperto all'Amore, perché ogni stato di coscienza riconosce al contempo una mediazione chimica. La perdita dell'armonia fra uomo e Universo (tesi già postulata da Platone), causa di ogni malattia, diviene oggi documentabile chimicamente proprio a livello di alterata funzionalità pinealica in malattie gravi quali il cancro e le psicosi. La principale verità è quel la per cui è l'Amore a strutturare la biologia dell'uomo, che raggiunge, proprio nello stato d'Amore, la sua assoluta perfezione psicoendocrinoimmunologica, quindi la condizione della piena salute.
L'Amore diviene così il fattore selezionante nell'evoluzione della biologia umana (non certo il desiderio, né la razionalità). "L'Amore si prova nel cuore fisico", sosteneva un grande iniziato novatese della nostra epoca, e la scienza ora è in grado di dimostrarlo. Il cuore ha attività endocrina, e c'è una grande diversità a livello ormonale tra un cuore che ama e uno che non conosce l'Amore. Nel cuore che non conosce l'Amore, la produzione endocrina sarebbe preferenzialmente in termini di endotelina-1 (ET 1), la quale espleta attività inibitrice sia sulla ghiandola pineale che su quella coccigea, attiva il sistema simpatico (predisponendo come tale all'ipertensione e alla ischemia miocardica), induce immunodepressione e agisce pertanto in senso protumorale. All'opposto, nel cuore che ama, la produzione endocrina si orienta di preferenza in termini di ormone natriuretico atriale (ANP), il quale stimola sia la ghiandola pineale che la ghiandola coccigea, attiva il sistema parasimpatico (che antagonizza l'azione del sistema neurovegetavivo simpatico), induce immunostimolazione ed espleta pertanto effetto antitumorale. In pratica, la ET -1 disgrega l'unità della vita biologica, l'ANP mantiene l'unità vivente della persona, agendo quale principio di rigenerazione.
Inoltre vi è un rapporto stretto tra la natura umana (che si può tradurre nel suo vissuto sessuale) e la spiritualità, e questo rapporto è stato studiato e comprovato dalla PNEI. Si può dimostrare che la psicochimica della sessualità è la stessa di quella che media l'espansione spirituale della coscienza. Come è parimenti dimostrabile che i cannabinoidi o sostanze marijuano-simili, mediatori chimici degli stati psichedelici di dilatazione della coscienza, favoriscono uno stato di immunità (quindi sono anche anti-tumorali per azione inibitrice diretta sulla proliferazione delle cellule maligne). La separazione del vissuto sessuale dalla parte spirituale della coscienza, per effetto di una cultura errata, impedisce di vivere pienamente lo stato d'Amore, poiché la fonte cui attingere l'energia psichica dell'espansione estatica della coscienza non è che lo stesso vissuto sessuale con tutta la gamma delle sue sfumature erotiche. E importante sottolineare che per Amore non si intende il semplice desiderio o una pulsione emotiva, la quale può essere solo lo stimolo iniziale o il carburante necessario ad alimentare la Fiamma Divina situata nel cuore. La scientificità dell'Amore è confermata dal fatto che tutti coloro che lo vivono, anche se in epoche diverse e differenti culture, lo descrivono nel medesimo modo, vale a dire come senso di calore nel cuore fisico, calore che è Gioia, Gioia che diviene Compassione, Compassione che diviene Misericordia infinita. Lidentità dell'uomo è un insieme indissolubile e al contempo distinto fra corpo (inteso come chimica) e spirito. Per cui, tutto ciò che è chimico influisce sulla vita emotivo-spirituale ed ogni evento psicospirituale induce effetti neuroimmunochimici. Alla PNEI si deve quindi la conoscenza scientifico-chimica di verità note da sempre filosoficamente alle Scienze Sacre Alchemiche (il ruolo di biomodulatore della ghiandola pineale, del timo e della ghiandola coccigea). Quindi lo stato di piacere e di Amore immunostimola, potenziando così la naturale resistenza del corpo alla malattia. Il ruolo del sistema immunitario non è quello di difenderci dall'esterno, bensì di mantenere l'identità di se stessi. La PNEI dimostra che tutto è collegato a tutto, tutto è unità nella biologia del corpo umano e tutto risponde all'io, avendo le varie molecole una pluralità di azioni sia metaboliche che emozionali. Occorre quindi riconoscere che la biologia umana è strutturata secondo archetipi, cioè secondo analogie micro-macrocosmiche. Per esempio:
la trascrizione genetica del DNA richiede 3 tipi di RNA, come 3 sono gli aspetti del divino. 4 sono le basi genetiche neuclotidiche, come 4 sono gli elementi dell'essere (terra, acqua, aria, fuoco). 12 sono i nervi cranici, come 12 sono le costellazioni zodicali. 22 sono gli amino-acidi, come 22 sono gli archetipi dei Tarocchi (o arcani maggiori). 7 sono le principali ghiandole endocrine, come 7 sono i centri maggiori dell'energia vitale (o chakra).
Riassumendo
La Scienza dimostra come è costituita la natura umana anche nelle sue componenti chimiche, dimostra che il Piacere, l'Amore e la Spiritualità hanno un potere immunostimolante, che il nostro organismo secerne sostanze di tipo marijuano-simili, che siamo un tutto interconnesso con l'Universo, come dicevano i filosofi dei tempi passati. È stato finalmente riconosciuto ciò che la concezione magico-alchemica del mondo ha da sempre sostenuto: sia la psiche che l'autocoscienza sono corpi che esistono indipendentemente dal corpo fisico, quali realtà di materia ed energia sottili, ma al contempo che esiste per ogni stato emotivo e per ogni stato di coscienza un equivalente chimico (ormone, neuroormone, neurotrasmettitore, neuropeptide, citochina) che media a livello fisico le realtà soprasensibili psichiche, mentali e spirituali, senza il quale non sarebbe possibile provare a livello di corporeità la gamma infinita degli stati emotivi e di coscienza dell'essere. In definitiva è scientificamente provato che esiste una realtà spirituale. Il motore unico della Vita è l'Amore che si può manifestare solo nella Gioia. Quanto più l'Uomo si avvicina a questa realtà, quanto più la condivide con i suoi simili, tanto più è vicino a Dio.
Si possono identificare a livello cerebrale l'esistenza di due sistemi neurochimici fondamentali, polari e complementari fra di loro: Uno chiamato Sistema Oppioide: è connesso alla vita inconscia, all'ipofisi o ghiandola pituitaria situata al centro del cervello (corrispondente al 6° chakra o ajna). Questo sistema è attivo in condizioni di stress, dolore, ansia, irritabilità, inducendo immunosoppressione o stato di malattia. È mediato da catecolamine, steroidi surrenalici e oppioidi endorfine e dinorfine. L'altro, il Sistema Cannabinoide, è connesso alla vita cosciente e supercosciente, dando la possibilità all'uomo di percepire l'Universo. È in rapporto con la ghiandola pineale o epifisi, situata nell'encefalo pur non facendo parte di esso (corrisponde al 7° chakra o brahmarandhra). È il sistema coinvolto nell'induzione della percezione del piacere, della gioia e dell'espansione di coscienza nella spiritualità dell'Amore. (È errato quindi credere che sia la produzione di endorfine a rendere possibile la percezione del piacere e ad esaltare l'immunità, sono bensì i cannabinoidi e indoli pinealici).
La PNEI dimostra chiaramente l'esistenza nel corpo umano di una doppia regolazione, la prima secondo le leggi della natura metabolico-biologica, esercitata dalla ghiandola pituitaria o ipofisi (che significa sotto la natura), cioè secondo le leggi della natura. Nell'ambito del puro metabolismo, quindi, tutti i corpi sono biologicamente affini fra loro. La seconda in rapporto alle leggi universali e spirituali, esercitata dalla ghiandola pineale o epifisi (che significa sopra la natura), cioè secondo le dinamiche delle realtà celesti.
Qui emergono invece le differenze nella biochimica umana, le quali non sono che funzioni del differente livello di Amore espresso dal singolo individuo. La ghiandola pineale, già indicata secoli or sono come sede dell'Anima da Galeno e Cartesio, rappresenta il punto di unione relazionale fra spirito e corpo fisico, consentendo di sperimentare l'espansione di coscienza. Dal rapporto tra ipofisi ed epifisi, cioè nella loro relazione sinergica endocrina, e tra l'epifisi e l'attività endocrina cardiaca, un giorno si potrà arrivare a stabilire quanto un individuo sia aperto all'Amore, perché ogni stato di coscienza riconosce al contempo una mediazione chimica. La perdita dell'armonia fra uomo e Universo (tesi già postulata da Platone), causa di ogni malattia, diviene oggi documentabile chimicamente proprio a livello di alterata funzionalità pinealica in malattie gravi quali il cancro e le psicosi. La principale verità è quel la per cui è l'Amore a strutturare la biologia dell'uomo, che raggiunge, proprio nello stato d'Amore, la sua assoluta perfezione psicoendocrinoimmunologica, quindi la condizione della piena salute.
L'Amore diviene così il fattore selezionante nell'evoluzione della biologia umana (non certo il desiderio, né la razionalità). "L'Amore si prova nel cuore fisico", sosteneva un grande iniziato novatese della nostra epoca, e la scienza ora è in grado di dimostrarlo. Il cuore ha attività endocrina, e c'è una grande diversità a livello ormonale tra un cuore che ama e uno che non conosce l'Amore. Nel cuore che non conosce l'Amore, la produzione endocrina sarebbe preferenzialmente in termini di endotelina-1 (ET 1), la quale espleta attività inibitrice sia sulla ghiandola pineale che su quella coccigea, attiva il sistema simpatico (predisponendo come tale all'ipertensione e alla ischemia miocardica), induce immunodepressione e agisce pertanto in senso protumorale. All'opposto, nel cuore che ama, la produzione endocrina si orienta di preferenza in termini di ormone natriuretico atriale (ANP), il quale stimola sia la ghiandola pineale che la ghiandola coccigea, attiva il sistema parasimpatico (che antagonizza l'azione del sistema neurovegetavivo simpatico), induce immunostimolazione ed espleta pertanto effetto antitumorale. In pratica, la ET -1 disgrega l'unità della vita biologica, l'ANP mantiene l'unità vivente della persona, agendo quale principio di rigenerazione.
Inoltre vi è un rapporto stretto tra la natura umana (che si può tradurre nel suo vissuto sessuale) e la spiritualità, e questo rapporto è stato studiato e comprovato dalla PNEI. Si può dimostrare che la psicochimica della sessualità è la stessa di quella che media l'espansione spirituale della coscienza. Come è parimenti dimostrabile che i cannabinoidi o sostanze marijuano-simili, mediatori chimici degli stati psichedelici di dilatazione della coscienza, favoriscono uno stato di immunità (quindi sono anche anti-tumorali per azione inibitrice diretta sulla proliferazione delle cellule maligne). La separazione del vissuto sessuale dalla parte spirituale della coscienza, per effetto di una cultura errata, impedisce di vivere pienamente lo stato d'Amore, poiché la fonte cui attingere l'energia psichica dell'espansione estatica della coscienza non è che lo stesso vissuto sessuale con tutta la gamma delle sue sfumature erotiche. E importante sottolineare che per Amore non si intende il semplice desiderio o una pulsione emotiva, la quale può essere solo lo stimolo iniziale o il carburante necessario ad alimentare la Fiamma Divina situata nel cuore. La scientificità dell'Amore è confermata dal fatto che tutti coloro che lo vivono, anche se in epoche diverse e differenti culture, lo descrivono nel medesimo modo, vale a dire come senso di calore nel cuore fisico, calore che è Gioia, Gioia che diviene Compassione, Compassione che diviene Misericordia infinita. Lidentità dell'uomo è un insieme indissolubile e al contempo distinto fra corpo (inteso come chimica) e spirito. Per cui, tutto ciò che è chimico influisce sulla vita emotivo-spirituale ed ogni evento psicospirituale induce effetti neuroimmunochimici. Alla PNEI si deve quindi la conoscenza scientifico-chimica di verità note da sempre filosoficamente alle Scienze Sacre Alchemiche (il ruolo di biomodulatore della ghiandola pineale, del timo e della ghiandola coccigea). Quindi lo stato di piacere e di Amore immunostimola, potenziando così la naturale resistenza del corpo alla malattia. Il ruolo del sistema immunitario non è quello di difenderci dall'esterno, bensì di mantenere l'identità di se stessi. La PNEI dimostra che tutto è collegato a tutto, tutto è unità nella biologia del corpo umano e tutto risponde all'io, avendo le varie molecole una pluralità di azioni sia metaboliche che emozionali. Occorre quindi riconoscere che la biologia umana è strutturata secondo archetipi, cioè secondo analogie micro-macrocosmiche. Per esempio:
la trascrizione genetica del DNA richiede 3 tipi di RNA, come 3 sono gli aspetti del divino. 4 sono le basi genetiche neuclotidiche, come 4 sono gli elementi dell'essere (terra, acqua, aria, fuoco). 12 sono i nervi cranici, come 12 sono le costellazioni zodicali. 22 sono gli amino-acidi, come 22 sono gli archetipi dei Tarocchi (o arcani maggiori). 7 sono le principali ghiandole endocrine, come 7 sono i centri maggiori dell'energia vitale (o chakra).
Riassumendo
La Scienza dimostra come è costituita la natura umana anche nelle sue componenti chimiche, dimostra che il Piacere, l'Amore e la Spiritualità hanno un potere immunostimolante, che il nostro organismo secerne sostanze di tipo marijuano-simili, che siamo un tutto interconnesso con l'Universo, come dicevano i filosofi dei tempi passati. È stato finalmente riconosciuto ciò che la concezione magico-alchemica del mondo ha da sempre sostenuto: sia la psiche che l'autocoscienza sono corpi che esistono indipendentemente dal corpo fisico, quali realtà di materia ed energia sottili, ma al contempo che esiste per ogni stato emotivo e per ogni stato di coscienza un equivalente chimico (ormone, neuroormone, neurotrasmettitore, neuropeptide, citochina) che media a livello fisico le realtà soprasensibili psichiche, mentali e spirituali, senza il quale non sarebbe possibile provare a livello di corporeità la gamma infinita degli stati emotivi e di coscienza dell'essere. In definitiva è scientificamente provato che esiste una realtà spirituale. Il motore unico della Vita è l'Amore che si può manifestare solo nella Gioia. Quanto più l'Uomo si avvicina a questa realtà, quanto più la condivide con i suoi simili, tanto più è vicino a Dio.
09 gennaio, 2010
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