L'OMEOPATIA RACCONTATA
Un Natale luccicante di malinconia
di Luisella Zanino
Cadeva la neve nel buio. Lenta, lenta, lieve, lieve.
Un'ovatta purificante, rumori soffocati: bianca magia della natura.
Che freddo, brrrr... Le scarpe non proteggevano i piedini ma lei stava lì, abbarbicata sull'albero, sulla scala, con le luci che si aggrovigliavano e i suoi geloni che pungevano: che nervi!
Eppure lo doveva decorare. E riempire di luci, quell'albero!
Ma i suoi gesti erano come al solito impacciati, imbarazzati, diseguali, infantili, inefficaci, peggiorati dai guanti. E poi aveva freddo ovunque, ma stare fuori al freddo le piaceva. Non voleva rientrare.
Ci fosse stato qualcuno con lei, almeno.
Invece no. Tutti dentro al caldo, l'avevano lasciata sola. Non le piaceva stare sola.
E quei fili di luci: li districava con mani nervose, felice di far luccicare il natale, avesse almeno potuto farlo, ma quei fili di luci non volevano collaborare. Accidenti. Finalmente un filo luccicante docile fra le mani: sulla rosa rampicante, eccolo. Poi uno sul prugno: bellissimo. Ora uno sulla tettoia. Era felice adesso.
Una casa piena di allegria e di luce, pronta per le feste.
Ma perché d'improvviso di nuovo questa melanconia? Babbo Natale, anche lui, l'aveva lasciata sola. Anche Babbo Natale. Che lutto era stato scoprire che non esisteva. Lo raccontava ai bambini felice di vedere i loro occhi sgranati e luccicanti e tornava bambina, si immergeva con loro nella storia e lo vedeva lì, rosso e rubicondo accanto a lei, carico di doni per lei.
Non esisteva. Un sogno. Una terribile delusione. Le veniva da piangere, lì su quella scala, nel freddo con la neve che cadeva tutto intorno.
Ecco ora li odiava tutti: sua madre che l'aveva ingannata, il mondo che l'aveva ingannata, suo marito e i suoi figli che non l'aiutavano a "fare Natale". Incapaci di comprenderla, di accoglierla, di consolarla. Aveva dunque decorato
la casa di luci e di allegria natalizia per diventare così melanconica? Che nervi di nuovo! Ora le sarebbe venuto mal di stomaco, già lo sapeva. Fortuna che aveva comprato il pandoro.
Buon Natale, Pulsatilla!
L'OMEOPATIA RACCONTATA
Fiocchi di neve su Souven
di Italo Grassi
La neve cade fitta, copre le strade e nasconde i pericoli. Avanzo con difficoltà sull'asfalto viscido. Ho la febbre alta. Mi sembra d'avere acqua bollente sulla testa e il volto infilato in una calza di nylon.
Sopra un cartello, ai margini della piazza deserta, c'è scritto il nome di questo assurdo paese: Souven. La chiesa panciuta, a forma di matrioska, mi osserva austera. Poco più in là, la torre piegata è un profilo nero, inquietante e minacciosa come la morte.
Souven è un buco di posto che non compare nelle carte geografiche. Souven è un minuscolo punto nero circondato da una marea bianca. Souven è la carie di un sorriso dannato. E' il nulla!
Percorro vicoli bui, m'insinuo come un verme tra le fessure della città, busso alle porte di case abbandonate, mentre le finestre chiuse sembrano osservarmi con gli occhi di un cieco. Un grosso cane nero mi rincorre. La belva apre le fauci mostrando denti immondi e sbava come se già stesse rosicchiando le mie povere ossa. Fuggo verso la piazza.
La febbre trasforma la mia bocca in un deserto. Bevo lunghe sorsate d'acqua da una fontana. Il liquido, fresco e dissetante, diventa una massa appiccicosa che mi blocca il respiro.
Qualcuno avanza verso di me. Non vedo bene, tutto sembra offuscarsi, come se guardassi il mondo attraverso un paio di lenti sporche. L'individuo mi fissa, i suoi occhi sono immobili buchi neri, mentre prende la mira e porta il coltello verso l'alto. Vedo la lama brillare di una luce sinistra. Lo supplico di fermarsi. Lui non m'ascolta. Allora lo mordo, sputo pezzi di carne, poi mordo ancora. L'individuo, identico a me, urla a squarciagola come una vecchietta scippata della pensione. Corro verso una stradina in discesa, scivolo sul ghiaccio, sfreccio come se fossi sdraiato sopra un bob. La mia fuga finisce contro un'enorme parete di vetro che circonda tutta la città.
Souven è un piccolo escremento incistato sotto una cupola di cristallo. Guardo verso l'alto. Per poco non mi prende un colpo. Due occhi enormi mi stanno fissando. Il mio stomaco si contrae come se avessi ingerito una bottiglia di acido cloridrico. Una mano gigantesca afferra la cupola. La capovolge. Io sono sbattuto indietro e risucchiato verso l'alto. Finisco contro la sommità della cupola con la velocità di un proiettile.
La botta mi lava la mente. Vedo che non sono più solo. Loro, i miei fratelli, mi circondano, mi abbracciano. Da lassù si legge, per intero, il nome del paese scritto sul cartello: Souven... ir di Pisa!
Io vi domando: cosa devo fare se, durante la febbre alta, soffro di queste paurose allucinazioni, piene di buio e di violenza, dove supplico, scappo da cani feroci, mi vedo sdoppiato, mi eccito alla vista di oggetti brillanti e ho spasmi se bevo acqua? Qualcuno mi ha dato da prendere dei granuli di Stramonium. Spero mi facciano bene.
Intanto la cupola ruota e torna diritta: io, soffice e leggero, scendo assieme a tutti gli altri fiocchi di neve...
...Meglio essere folle per proprio conto...che saggio con le opinioni altrui!!! nietzsche
20 dicembre, 2008
12 dicembre, 2008
L'OMEOPATIA RACCONTATA
Gli strani casi del dottor Burger
di Italo Grassi
Hans Carossa appartiene ad un importante gruppo di medici scrittori, vissuti a cavallo tra 1800 e 1900: nomi illustri della letteratura tedesca quali Schnitzler, Doblin e Benn. Figlio di un medico, Hans Carossa (1878-1956), di lontana origine piemontese, era medico a sua volta e, diversamente dai medici scrittori appena citati, trasse dalla professione medica la più importante fonte di ispirazione: ne sono un chiaro esempio romanzi come "Il medico Gion", "La giornata di un giovane medico" e "I casi del dottor Bürger". Quest'ultimo libro, pubblicato per la prima volta nel 1913, rappresenta il romanzo d'esordio di Hans Carossa ed è scritto in stile diaristico: un giovane medico, applicando il metodo di cura ideato dal padre, riporta giorno per giorno i casi di tisi da lui affrontati. Per il tipo di narrazione, impregnata di melanconia e senso di sconfitta, per il fatto che entrambi i personaggi principali si suicidano, quest'opera è stata paragonata al Werther goethiano.L'omeopatia non è mai citata direttamente, ma dalle frasi che seguono risulta inequivocabile quanto bene l'autore la conoscesse.
20 ottobre 1908: "Un paziente che giacesse davanti a me solo come il caso numerato 6 o 7, con i reperti clinici e le tabelle della febbre pulitamente segnati, non potrebbe mai destare in me quella curiosità nobilitata che mi spinge ad aiutare, a impegnarmi. Curare un viscere, senz'assicurarmi dell'uomo, no, io non lo potrò mai..."
6 novembre: "Il discorso più energico s'era già formulato dentro di me. Che noi conosciamo sostanze chimiche che son velenose in grandi quantità, ma fornite in piccole dosi, di un'alta efficacia curativa, che naturalmente anche una medicina innocua a volte può diventar nociva in mano d'un incompetente..."
13 dicembre: "Egli ha dimenticato o non ha mai creduto la singolarità così spesso sostenuta da mio padre, che l'energia sanatrice si produce in maniera tanto più pura in quanto minori dosi la medicina viene data..."
23 ottobre: "Rosetta è una creatura delicata di tredici anni, il viso tondo, molto bianco pieno d'efelidi pallide; ha grandi occhi grigi, che ridono volentieri e una magnifica capigliatura rossa oro; le sue ciglia lunghe sono fine e gialle come stami di fiori... Morfologia che ricorda sicuramente un tipo Phosphorus."
Hans Carossa: "Die Schicksale Doktor Bürgers"; 1993, Passigli Editori, Firenze
Gli strani casi del dottor Burger
di Italo Grassi
Hans Carossa appartiene ad un importante gruppo di medici scrittori, vissuti a cavallo tra 1800 e 1900: nomi illustri della letteratura tedesca quali Schnitzler, Doblin e Benn. Figlio di un medico, Hans Carossa (1878-1956), di lontana origine piemontese, era medico a sua volta e, diversamente dai medici scrittori appena citati, trasse dalla professione medica la più importante fonte di ispirazione: ne sono un chiaro esempio romanzi come "Il medico Gion", "La giornata di un giovane medico" e "I casi del dottor Bürger". Quest'ultimo libro, pubblicato per la prima volta nel 1913, rappresenta il romanzo d'esordio di Hans Carossa ed è scritto in stile diaristico: un giovane medico, applicando il metodo di cura ideato dal padre, riporta giorno per giorno i casi di tisi da lui affrontati. Per il tipo di narrazione, impregnata di melanconia e senso di sconfitta, per il fatto che entrambi i personaggi principali si suicidano, quest'opera è stata paragonata al Werther goethiano.L'omeopatia non è mai citata direttamente, ma dalle frasi che seguono risulta inequivocabile quanto bene l'autore la conoscesse.
20 ottobre 1908: "Un paziente che giacesse davanti a me solo come il caso numerato 6 o 7, con i reperti clinici e le tabelle della febbre pulitamente segnati, non potrebbe mai destare in me quella curiosità nobilitata che mi spinge ad aiutare, a impegnarmi. Curare un viscere, senz'assicurarmi dell'uomo, no, io non lo potrò mai..."
6 novembre: "Il discorso più energico s'era già formulato dentro di me. Che noi conosciamo sostanze chimiche che son velenose in grandi quantità, ma fornite in piccole dosi, di un'alta efficacia curativa, che naturalmente anche una medicina innocua a volte può diventar nociva in mano d'un incompetente..."
13 dicembre: "Egli ha dimenticato o non ha mai creduto la singolarità così spesso sostenuta da mio padre, che l'energia sanatrice si produce in maniera tanto più pura in quanto minori dosi la medicina viene data..."
23 ottobre: "Rosetta è una creatura delicata di tredici anni, il viso tondo, molto bianco pieno d'efelidi pallide; ha grandi occhi grigi, che ridono volentieri e una magnifica capigliatura rossa oro; le sue ciglia lunghe sono fine e gialle come stami di fiori... Morfologia che ricorda sicuramente un tipo Phosphorus."
Hans Carossa: "Die Schicksale Doktor Bürgers"; 1993, Passigli Editori, Firenze
04 dicembre, 2008
L'OMEOPATIA RACCONTATA
Natrum muriaticum, un granello di sale marino
di Italo Grassi
Natrum Muriaticum è il cloruro di sodio, il granello di sale marino che, come un naufrago, l'onda del mare ha trascinato sulla spiaggia. Il sole, alto e cocente, disidrata l'organismo di questo naufrago, le sue labbra diventano secche e screpolate, sulla sua pelle bruciata compare ogni tipo di eruzione. E' solo, abbandonato sulla battigia della vita, sotto lo sguardo immoto del cielo. Nel torrido silenzio avanza uno sciacquio di emozioni, ad esso s'accompagna il brusio della rabbia repressa, il continuo rimuginare sollevato dal fiato sospeso del mare. La grande sete riflette questi tormenti e gli pervade la bocca con un gusto dolciastro. Dalla lingua a carta geografica la saliva acida s'increspa e, come un flusso di schiuma salata, scende a bruciare lo stomaco e a gonfiare l'addome. Cresce il rancore, al frangersi delle onde, per sensazioni lontane ma dolorose come se fossero appena trascorse. Le pene d'amore rivestono di sale il sapore di lacrime che incupiscono occhi socchiusi dalla troppa luce. L'aria che inspira è una lama di polline che infiamma le mucose di naso, gola e bronchi: la rinorrea è densa, le tonsille sono gonfie e dolenti, la tosse ha un espettorato viscoso purulento e rossastro; l'asma incombe nella luce violenta come un uccello rapace. Sta male, il naufrago fatto di sale, ricordando il volto della sua infanzia, per lunghi periodi amara, che l'ombra del tempo non riesce a nascondere. La ricerca di cibo salato si tramuta in rifiuto, in un'ostile avversione verso qualsiasi cosa, oggetto o persona, che possa colmare il suo risentimento nei confronti del mondo. Nuvolette fiorite notano questa sua sofferenza e gli sorridono dal cielo, gli domandano quali sono i suoi segreti, ma lui, introverso e schivo, si rifiuta di rispondere e, con orgoglio, rinuncia alla consolazione portata dal vento. Nel suo petto spaccato batte un cuore rincorso dall'ansia. E' il marinaio colpito e inabissato dalle tempeste dell'animo, è il vinto che ama ricevere la sottile carezza dell'aspro ricordo. All'ansito rauco di un futuro al galoppo chiede di conoscere il profumo e il nome di una nuova donna per poterla chiamare ancora amore. Pallido, anemico ed emaciato, si trascina su dune roventi, tenendo le spalle curve e cadenti, mentre dalle ferite aperte schiuma sangue bruciante. La stanchezza è un pulviscolo doloroso che gli pervade la testa, procede come barca inesperta, gorgoglia in preda ai sussulti di un tormento fatto di vuoto e di nulla. Stanco di attesa, piange in silenzio e tacciono le inutili labbra, non occorre parola e nemmeno il rimpianto, quando cade, infine, sulla sabbia stremato. Comincia la sera sul cielo di stelle e, sullo sfondo, compare una falce di luna. Un chiarore tranquillo, quasi una luce, vestirà di sogni il suo corpo supino.
Natrum muriaticum, un granello di sale marino
di Italo Grassi
Natrum Muriaticum è il cloruro di sodio, il granello di sale marino che, come un naufrago, l'onda del mare ha trascinato sulla spiaggia. Il sole, alto e cocente, disidrata l'organismo di questo naufrago, le sue labbra diventano secche e screpolate, sulla sua pelle bruciata compare ogni tipo di eruzione. E' solo, abbandonato sulla battigia della vita, sotto lo sguardo immoto del cielo. Nel torrido silenzio avanza uno sciacquio di emozioni, ad esso s'accompagna il brusio della rabbia repressa, il continuo rimuginare sollevato dal fiato sospeso del mare. La grande sete riflette questi tormenti e gli pervade la bocca con un gusto dolciastro. Dalla lingua a carta geografica la saliva acida s'increspa e, come un flusso di schiuma salata, scende a bruciare lo stomaco e a gonfiare l'addome. Cresce il rancore, al frangersi delle onde, per sensazioni lontane ma dolorose come se fossero appena trascorse. Le pene d'amore rivestono di sale il sapore di lacrime che incupiscono occhi socchiusi dalla troppa luce. L'aria che inspira è una lama di polline che infiamma le mucose di naso, gola e bronchi: la rinorrea è densa, le tonsille sono gonfie e dolenti, la tosse ha un espettorato viscoso purulento e rossastro; l'asma incombe nella luce violenta come un uccello rapace. Sta male, il naufrago fatto di sale, ricordando il volto della sua infanzia, per lunghi periodi amara, che l'ombra del tempo non riesce a nascondere. La ricerca di cibo salato si tramuta in rifiuto, in un'ostile avversione verso qualsiasi cosa, oggetto o persona, che possa colmare il suo risentimento nei confronti del mondo. Nuvolette fiorite notano questa sua sofferenza e gli sorridono dal cielo, gli domandano quali sono i suoi segreti, ma lui, introverso e schivo, si rifiuta di rispondere e, con orgoglio, rinuncia alla consolazione portata dal vento. Nel suo petto spaccato batte un cuore rincorso dall'ansia. E' il marinaio colpito e inabissato dalle tempeste dell'animo, è il vinto che ama ricevere la sottile carezza dell'aspro ricordo. All'ansito rauco di un futuro al galoppo chiede di conoscere il profumo e il nome di una nuova donna per poterla chiamare ancora amore. Pallido, anemico ed emaciato, si trascina su dune roventi, tenendo le spalle curve e cadenti, mentre dalle ferite aperte schiuma sangue bruciante. La stanchezza è un pulviscolo doloroso che gli pervade la testa, procede come barca inesperta, gorgoglia in preda ai sussulti di un tormento fatto di vuoto e di nulla. Stanco di attesa, piange in silenzio e tacciono le inutili labbra, non occorre parola e nemmeno il rimpianto, quando cade, infine, sulla sabbia stremato. Comincia la sera sul cielo di stelle e, sullo sfondo, compare una falce di luna. Un chiarore tranquillo, quasi una luce, vestirà di sogni il suo corpo supino.
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