Nuovi prodotti da rimedi antichi (II)
di Carlo Di Stanislao
A partire dal XIX secolo, la moderna chimica farmacologia ha iniziato, in modo sistematico, lo studio dei principi attivi di piante e rimedi naturali dotati, secondo varie tradizioni orientali e occidentali, di virtù medicinali. Fra le tappe più significative ricordiamo: quella che ha portato, nel 1805, il farmacista tedesco Friedrich Wilhelm Sertürner a estrarre morfina dall'oppio commercializzato dalla Merck nel 1826; quella che ha portato alla sintesi di salicina dalla Salix alba, formando la fortuna della Bayer e, ancora, l'estrazione di emetina dalla Cephaelis ipecacuana, della brucine dalla Strychnos Nux vomica, del chinino dalla corteccia di China ledgeriana, di atropina dall'Atropa belladonna, etc. In tempi più recenti e secondo indicazioni tradizionali (cinesi ed indiane, soprattutto), si sono anche estratti principi farmacologici da rimedi animali. Un esempio molto significativo è l'acido ursadesossicolico, estratto dalla bile di orso, dotato di vigorosa e significativa azione coleretica. Negli ultimissimi anni, inoltre, molte ricerche hanno riguardato molecole antiradicaliche (quindi contro l'invecchiamento) o principi attivi nei confronti delle neoplasie. Fra le prime soprattutto la quercitina si è dimostrata estremamente attiva e fra le seconde gli alcaloidi taxanici del Tasso barbasso, rivelatisi molto efficaci contro un gran numero di tumori. Ciò che la ricerca attuale poi continua a verificare, è che spesso la pianta intera (fitocomplesso) o la combinazione di piante secondo ricette tradizionali, è più efficace del singolo principio attivo. Molti esempi sono stati forniti, soprattutto per quanto attiene alle formule erboristiche cinesi. Un esempio è rappresentato dagli studi che dimostrano che la formula Zuo Jin Wan, risalente al VII secolo d.C., composta da Evodia ruticarpa e Rhizoma coptidis ed impiegata nel dolori di stomaco dalla Medicina tradizionale Cinese, non è sola sintomatica, ma dotata, in vitro, di attività battericida nei confronti dell'Helicobacter pylori. I due principi poi, più dei singoli componente (soprattutto limonane), svolgono in vitro una vigorosa azione anticancro. Sempre dalla tradizione erboristica cinese derivano formule composte da Rhizoma chuanxiong, Radix salviae miltiorrhizae, Radix polygalae tenuifoliae e Rhizoma acori tatarinowii, efficaci più dei singoli principi attivi nei confronti della demenza. Tutti questi dati suggeriscono in modo evidente l'importanza degli studi scientifici di tipo etnobotanico, soprattutto, di recente, con l'impiego di piante intere o ricette tradizionali. L'articolo suggerisce, tuttavia, anche una ulteriore riflessione di ordine generale. La legittima esigenza dell'occidente di salvare se stesso da malattie spesso provocate dal proprio benessere, non dovrebbe comunque riproporre sotto altre sembianze lo sfruttamento perpetuato dai colonizzatori, in epoche che credevamo passate. Un dilemma etico fondamentale, che secondo alcuni antropologhi dovrebbe essere risolto non solo compensando economicamente le popolazioni, ma stilando una vera e propria carta dei diritti e doveri, anche nello sfruttamento di risorse naturali. Secondo noi, in conclusione, l'etnobotanica dovrebbe anche svolgere un preciso ruolo nel tutelare un patrimonio che rischia di perdersi parallelamente al processo di assimilazione delle popolazioni primitive. Una sorta di nemesi, che impone alla civiltà il recupero di valori prima che lei stessa li distrugga.
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