14 maggio, 2009

di tutto di piu'

Ridere è una cosa terribilmente seria
di Massimo Saruggia

"You cannot be serious!". Non pensavamo che la frase con la quale John McEnroe apostrofò nel 1981 un giudice di linea di Wimbledon che gli negava la perfezione di un lungo-linea, potesse diventare un giorno una risorsa terapeutica. Eppure sembrerebbe proprio che saper ridere sia un atto di terapia quotidiana, qualcosa insomma di terribilmente serio. Lee Berk, psiconeuroimmunologo dell'università di Loma Linda e Stanley Tan, diabetologo all'Oak Crest Health Research Institute di Loma Linda, hanno studiato l'effetto della risata in venti diabetici ipertesi ed ipercolesterolemici. I pazienti, tutti in trattamento antidiabetico orale, con statine e con ACE-I sono stati seguiti per 12 mesi e al termine del periodo di controllo sono stati determinati i livelli di epinephrina e norepinephrina, del colesterolo HDL, delle citochine infiammatorie e della PCR. Il gruppo "attivo" , diversamente da quello di controllo, aveva accesso per 30 minuti al giorno a scenette umoristiche che i pazienti stessi selezionavano. Alla fine del periodo di osservazione il 26% dei pazienti del gruppo "risata terapeutica" aveva aumentato la concentrazione del proprio colesterolo HDL (3% del gruppo di controllo), inoltre nel gruppo attivo la concentrazione di PCR era scesa del 66% (26% nel controllo). Il lavoro è stato presentato al congresso annuale della Società Americana di Fisiologia (New 0rleans 2009) e non è dato di sapere se sia stato accolta da una fragorosa risata.

122nd Annual Meeting of American Physiological Society, aprile 2009, New Orleans


MEDICINA TRADIZIONALE
Nuovi prodotti da rimedi antichi (I)
di Carlo Di Stanislao

Molti medicinali sono e vengono ancora prodotti sulla scorta delle indicazioni tradizionali di rimedi naturali, più spesso vegetali e, talvolta, anche minerali e vegetali. Di questo particolare settore si interessa una scienza chiamata etnobotanica, al confine fra antropologia culturale e botanica, che ha relazioni molto strette con altre discipline: l'etnobiologia (e soprattutto l'etnomicologia, l'etnozoologia, l'etnopedologia, l'etnoclimatologia); l'etnofarmacologia e l'etnomedicina; l'agro-ecologia e l'ecologia umana; gli studi sulla diversità bio-culturale e, infine, l'etnolinguistica. Dagli anni Novanta in poi l'etnobotanica emerge - soprattutto nel panorma nordamericano - come una scienza che trova taluni spazi in ambito accademico e che pone il fulcro delle sue ricerche in rigorosi studi sulle "diversità bio-culturali" e sui complessi sistemi di relazione piante-società umane. In particolare, gli aspetti "quantitativi" e socio-antropologici di detti rapporti sono quelli su cui al giorno d'oggi si concentra l'attenzione della comunità scientifica. La più parte degli studi ha riguardato le grandi tradizioni orientali e soprattutto la tradizione indiana definita Ayuverdica e quella della Medicina tradizionale Cinese, con un numero elevato di rimedi farmacologicamente attivi, dimostratisi efficaci alla verifica scientifica. In questi ultimi anni, poi, in relazione al rafforzamento del cosiddetto "relativismo culturale", si è passata ad una più meticolosa disamina di erboristerie popolari e tradizionali di altro origine: America del Sud ed Africa soprattutto. Queste aree, come pure l'Australia, si sono dimostrati straordinari bacini di ricerca, con uno sviluppo davvero inaspettato, come dimostra la presenza di ben 214.000 principi naturali potenzialmente utili in terapia rubricati nel'ultima edizione (del 2008) del Dictionary of Natural Products. A partire poi dalla fine del secolo scorso, si sono cominciate ad esaminare le risorse anche di tradizioni minori o meno esplorate, come ad esempio quelle proveniente dall'antica medicina mesopotamica. A tal proposito Solecki e coll., nel 1975, ha portato alla luce una serie di documenti, ritrovati nel sito tombale di Shanidar, sulle montagne Zagros dell'Iraq orientale, risalente a 60.000 anni fa e con indicazioni precise sull'uso di piante medicinali autoctone nella cura di varie patologie come anche forme di cancro e degenerazione neurologica. Tali documenti confermano l'elevato grado di efficacia raggiunto dalla medicina mesopotamica già molti millenni prima di Cristo ed indicano che, molte specie medicali usate dagli Egizi (e riportate nel papiro di Ebers del 1.500 a.C.), sono di derivazione mesapotamico-babilonese: fra queste il Cedro, la Mirra e il Papaver sonniferum, ma anche l'Aloe vera, la Boswellia carteri e l'olio di Ricinus communis, poi passati nella medicina ippocratica. [segue e conclude nel prossimo numero]





VETERINARIA
Pulsatilla cura l'infertilità del toro
di Federico Angelini

In letteratura scientifica non è segnalata alcuna terapia omeopatica provata allo scopo di correggere l'infertilità dei tori, a fronte di dati ottenuti utilizzando invece supporti dietetici con minerali, proteine, ormoni della crescita e vitamina A. È stato scelto in Brasile un Bos taurus indicus (Nelore bull) con un'alta percentuale di difetti di fertilità (quantità di sperma prodotto per eiaculazione, motilità degli spermatozoi, numero di campioni producibili nel tempo, tutti misurabili anche con parametri economici) ed è stato repertorizzato secondo il Lince-Repertorium homeopaticum digital II, dopo un'attenta osservazione ed esame clinico. Il capo femminile, la frequente lacrimazione, l'assunzione alta di liquidi rispetto ai simili, la scelta dei cibi preferiti prima di quelli poco graditi, l'irritabilità con il maltempo e la pioggia, le varici scrotali e addominali hanno portato alla scelta del medicinale omeopatico: Pulsatilla nigricans 200CH. L'osservazione è durata tre anni, comprensivi del periodo precedente alla terapia, concomitante alla terapia, successivo alla sospensione della terapia ed in seguito alla riassunzione della stessa. I risultati sono stati un incremento della quantità di seme, della motilità degli spermatozoi, e del numero di dosi di sperma ottenuto sotto terapia omeopatica con Pulsatilla 200CH (10 granuli/die, diluiti in 1 ml di acqua distillata per trenta giorni), pari ad un guadagno quaranta volte maggiore rispetto a quello precedente alla terapia omeopatica. Con la sospensione del medicinale si è osservata una regressione della situazione che è tornata, però, nuovamente fruttuosa con la riassunzione della stessa terapia. Le certezze di un'efficacia estesa mancano, essendo questa la descrizione di un singolo caso, ma come ormai troppo spesso avviene negli studi riguardanti l'omeopatia, soprattutto in campo veterinario, la curiosità di testare questo sistema medico in maniera estesa è sempre maggiore ancorché meno attaccabile, in questi casi, del mediatico ed abusato termine di "effetto placebo".

Homeopathy, 2007, 96, (1), 49

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