L'OMEOPATIA RACCONTATA
La visita
di Italo Grassi
Lo studio è occupato da un nuovo dottore. Lo vedo chino sulla scrivania, in camice bianco, intento a leggere una lettera. Sulla targhetta in plastica c'è ancora scritto il nome del medico precedente: dott. Stanislao Bettucci, specialista in reumatologia, un uomo piccolo ed insignificante, molto simile a questo, ma con barba e baffi che lo facevano assomigliare allo gnomo delle fiabe.
- Voglio essere visitata! - strillo come un'aquila.
- L'ambulatorio è chiuso. - dice lui, senza alzare gli occhi dalla lettera.
Io indosso una lunghissima parrucca bionda e possiedo un fisico mozzafiato: sono una gran donna alla quale nulla può essere rifiutato! Gli vado vicino e lo squadro dall'alto al basso, sui tacchi a spillo lo sovrasto di almeno venti centimetri.
- Ho un senso d'intorpidimento alle cosce e le gambe sono rigide come due pezzi di legno.
Mentre spiego, mi siedo sulla scrivania e accavallo le gambe, lunghe e senza un filo di cellulite. La gonna, già molto corta, risale fino all'inguine. Finalmente lui mi guarda. Strabuzza gli occhi, nella sua mediocre vita non deve aver mai visto tanto ben di Dio. Soffre, quando dice: - Io non sono un reumatologo. - Stringo i pugni, come capita ogni volta che qualcuno cerca di mettermi i bastoni tra le ruote, ma non desisto e sbottono la camicetta: i miei seni, sodi e rotondi, sono due sfere stratosferiche.
- Soffro di continue palpitazioni, dottore.
Lui sbianca, congiunge le mani, quasi piange.
- Non sono nemmeno un cardiologo.
Io lo afferro per le orecchie e lo tiro verso di me, talmente vicino che può sentire l'odore della mia carne.
- Non m'importa quale specializzazione hai, bello mio. Soffro di cisti endometriosiche e crampi insopportabili all'utero; le mie cefalee sono morse che mi spaccano le tempie; ho spasmi lungo tutto il tubo digerente. Questo ti basta per visitarmi? L'ultimo medico che mi ha esaminata era un omeopata e mi ha dato da prendere un rimedio che si chiama Platina. Tu, cosa puoi fare per me?
Lui scuote la testa, dalla sua bocca escono spruzzi di saliva e desideri frustrati.
- Non sono un omeopata, non sono un ginecologo, né un neurologo, neppure un gastroenterologo.
Gli prendo la mano, piccola e sudata, la premo sul mio ventre, il timbro della mia voce è languido: - Ho un prurito voluttuoso, curami almeno questo problema!
Lui si divincola, si allontana, si asciuga il sudore che, copioso, gli riga le guance e scende giù, fino al collo. Dice: - Io sono uno psichiatra. - Ho ottenuto il mio scopo. Lo riavvicino a me tirandolo per la cravatta, bruscamente, da femmina travolgente e fatale quale io sono. Gli dico, anzi gli sussurro:
- Bene. Allora ti parlerò del mio ex marito, quello squallido essere che un anno fa mi ha piantato per andare a vivere con una vent'anni più giovane di me.
Gli parlo del mio passato, racconto ogni avvenimento senza neppure guardarlo, tanto so di averlo conquistato. Mi farò beffe di lui, al pari degli altri suoi ridicoli colleghi, lo illuderò per poi andarmene via, lasciandolo lì, deluso e mortificato, con un pugno di mosche in mano. Il silenzio, tuttavia, mi innervosisce. Mi giro. Lui sta armeggiando con una sega elettrica. Che stranezza.
- Non mi hai ancora detto il tuo nome. - gli dico, accendendomi una sigaretta.
- Hannibal. Sono il dottor Hannibal Lecter, signora. - risponde lui, con un tenero sorriso, mentre con la sega elettrica accesa viene verso di me...
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